martedì 15 agosto 2017

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Ferragosto senza Mirta Rem Picci" (morta suicida il 17/7/2017)

Un anno fa, Mirta, per telefono rosa
pesca ci sentivamo prima dell’
incontro di gennaio del nevaio
il mese. Villeggiatura laziale
per te, Napoli sempre Napoli
per me. Lieta andavi al
supermercato. Facevi i bagni
della termale gioia a entrare io
nella tua vita (ora vado a bere
chiamami tra un’ora). Tua madre
e tua zia a stellarti nel senso
buono del domestico profitto.
Eri serena non ci pensavi a morire.
Ci sentivamo solo prima dei 4
incontri del 2017. Sana mi rispondevi
poi ci vedremo e ci siamo visti.
Chiedevo a Dio di perdonarmi
i pensieri per te, Mirta, così bruna
e così donna. Le tue ceneri, Mirta,
eppure una voce, una presenza
di te ineffabile, mi dice che mi
sei ancora più vicina e m’inviti
a non avere paura.
*

"Un po’ del mio tempo migliore con Mirta Rem Picci"

L’auto segue una scia di resurrezione
(è gennaio del nevaio il mese)
arrivo al cancello dopo sforzi per
giungere alla meta di materica gioia.
Ti ho telefonato con il cellulare
per il percorso nel giorno dell’Epifania
che è vita. Mi hai gettato il filo
d’Arianna e sono giunto. Sei felice nel
vedermi, Mirta, così come ora che
la tua anima mi è accanto nel folto
dello studio. Bruna e sexy come una donna
leggi sul divano la quarta di copertina
di “Alessia” a donartelo trepido. Poi
mi hai portato nella tua camera e mi
hai mostrato i tuoi lavori di architettura
al monitor. Dovevo andarmene a mezzogiorno
e invece mi hai invitato a pranzo
il giorno della fredda luce. Abbiamo
passeggiato in della villa il giardino
e hai colto un’arancia e ho lanciato
un ramo al cane e mi hai donato la fortuna.
Poi il sonno senza sogni e il risveglio
e il tuo invito a dormire a casa tua.
Ricordo le nostre risate in un soffio
di brina e le ricordi anche tu, Mirta.
*

"Ti ricordo, Mirta"

Tu, Mirta, nel desiderare
la tua sorgente anche
nella sensualità di luglio
e le tue parole nel giocare
alla vita. Donna dei boschi,
prostrato dal dolore davanti
alle tinte della tua fotografia.
Più matura di prima ti
definivi nel toglierti la fisicità
ma non l’anima.
Ti ricordo, Mirta, sorella, amica,
icona dei momenti perfetti,
anima di stella a sussurrarmi
a cose fatte questa poesia.
*

Raffaele Piazza

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

"QUADERNO"
Le immagini che annottano,
che avanzano , sempre in contraddizione
tra la veglia ed il sonno
sono la danza delle tue folgorazioni,
sono i segni a sorpresa che riscopro
immerso nell'illusione delle tue pupille.
L'ultimo abbandono fra le carte ingiallite
cerca di decifrare il timore della memoria,
del tuo avorio intarsiato , delle impudiche carezze,
preludio del tremore di parole proibite.
Resta sospeso il capogiro
nel quaderno sgualcito.
*
Antonio Spagnuolo

lunedì 14 agosto 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = RAFFAELE PIAZZA

Raffaele Piazza ( a cura di ) : "Inquiete indolenze" – Ed. Fermenti 2017 – pagg. 280 - € 22,00 –
Volume antologico , nel quale diciotto autori , presentati in stretto ordine alfabetico , svolgono i loro connotati poetici nei seguenti filoni : Giovanni Baldaccini (interpretazioni onirico psicologiche), Franco Celenza ( analisi interiori tout-cout), Bruno Conte ( scrittura reinventata), Antonino Contiliano ( sperimentazioni magnetiche), Gianluca Di Stefano (trasgressività mordace) , Edith Dzieduszcka ( trasfigurazioni rarefatte ) , Marco Furia ( filosofizzazioni anti maniera), Maria Lenti (tragiche rievocazioni epocalo-contingenti) , Loris Maria Marchetti (amorose sintesi), Dario Pesaro ( dialetto piemontese con guide a fronte), Antòn Pasterius (ludismo giocoso), Pietro Salmoiraghi (nichilismo cosmico), Italo Scotti ( politicità sociale), Antonio Spagnuolo (distacco rievocativo-sublimato), Liliana Ugolini ( misteriose formule ontologiche), Silvia Venuti (grazie e levità trasfigurate),Vinicio Verzieri ( connubio di segni e parole da legare e slegare ), Giuseppe Vetromile ( erotismi essenziali). Una tale catalogazione , puntualizzata dal curatore in una prefazione esaustiva e ricca di appunti critici, offre un panorama multicolore e caleidoscopico di una scelta schiera di poeti , che nella ricerca della parola hanno fondato in passato e fondano tuttora la propria scrittura , realizzando il corpo nutrito di certa produzione contemporanea. Testimonianza senza alcun dubbio redatta con scrupolo e attenzione , nella quale le molteplici espressioni vengono lette nel denominatore comune , che sembra dipanare un filo musicale nella metafora incisa. Raffaele Piazza , da par suo , riesce a stilare per ogni autore pagine critiche che hanno sintesi e approfondimento, elaborati in acuta risoluzione linguistica: un dettato che presenta pagina dopo pagina una forte densità speculativa, creando sospensioni e concentrazioni degne di un conio adamantino.
ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 12 agosto 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = PIETRO CORDONA

Pietro Cordona – “L’ascesa e la rinuncia”---puntoacapo Editrice – Pasturana (Al) – 2016 – pagg. 55 - € 8,00

Pietro Cordona è nato nel 1976 a Torino, città dove vive e lavora; nel 2005 ha pubblicato la prima raccolta poetica “Ritratti a tempo” (Edizioni Palomar, Bari). La seconda raccolta è “Racconti dell’attesa” (Novi Ligure, 2007).
“L’ascesa e la rinuncia” è preceduta da un poemetto senza titolo dal carattere programmatico, costituito da sette strofe.
La suddetta composizione è di carattere decisamente verticale ed è formata da sette strofe; in essa è presente una forte inquietudine esistenziale e un grande senso di angoscia.
Aleggia un forte senso della morte in tale poemetto connessa ad una corporeità dell’io – poetante vissuta morbosamente; vi si legge un forte senso di rinuncia (come dal titolo) alla solarità e vi si respira un’atmosfera kafkiana vaga ed indeterminata, pervasa da un alone di mistero.
Si ripete spesso, in questo testo introduttivo, il sintagma sono caduto e la parola dignità, come se il poeta, di fronte al dolore, temesse di avere perso la stessa dignità, in una caduta simbolica del suo essere.
L’io – poetante, neolirico in modo ombroso, vive la ricerca costante di se stesso, della propria identità, delle coordinate per uscire dalla nevrosi e dall’ossessione di un esistere al quale non si può né si deve rinunciare.
Allo scritto iniziale segue il testo composto da 25 frammenti numerati, tutti provvisti di titolo che,, per la sua unitarietà intrinseca, può essere letto come un poema.
Una netta linea di demarcazione divide il poemetto introduttivo dalla raccolta vera e propria, in quanto il carattere pessimistico del primo segmento, non si riscontra in L’ascesa e la rinuncia.
Finora abbiamo parlato di rinuncia, ma c’è pure una pars costruens a livello emotivo da parte dell’autore che, tramite lo strumento privilegiato della poesia, ricerca il seme di una vita che possa approdare ad un minimo di serenità, a una certa gioia.
Nelle 25 poesie la dizione è elegante e molto leggera e il tono è più disteso e venato da una certa solarità, rispetto alle poesie dell’incipit.
Qui il poeta riesce a trasfigurare in versi una visione armonica della vita e della parola stessa.
Il ritmo è incalzante e la forma è eterea e il poeta riesce a raffigurare anche la figura di un tu (probabilmente femminile) al quale si rivolge in modo calibrato ed empatico.
E’ presente una vera armonia nei versi, permeata da una vaga musicalità. In Via Sant’Antonio il poeta descrive un viaggio in macchina in compagnia di un interlocutore del quale ogni riferimento resta taciuto e, fatto saliente, il nostro dice attraverso le prime immagini che, mentre percorreva non solo svincoli vertiginosi a capofitto, non aveva paura.
L’atmosfera qui, come dicevamo, perde il pathos del brano poetico iniziale, tutto il suo sentimento del dolore, per trasferirsi i in un’aurea di quotidianità che si apre ad orizzonti e approdi più distesi.
Cordona riesce a produrre testi ben risolti, privi di cadute, e in “L’ascesa e la rinuncia” ci offre un’opera caratterizzata da una forte coscienza letteraria e da una chiarezza d’intenti. .
Chiude il libro lo scritto in prosa dell’autore, dalla forte componente autobiografica, intitolato “Agli addetti e ai non addetti ai lavori”.
*
Raffaele Piazza


RIVISTA = CULTURA E PROSPETTIVE

CULTURA E PROSPETTIVE - N° 35 - Aprile - Giugno 2017 - edito da Il Convivio
Sommario:
-Saggi e studi-
Asteria Casadio : Un monologo inedito di Rosso di San Secondo
Lucia Bonanni : Significati , anomalie e liminarità in "Aspettando Godot" di Samuel Beckett
Anna Gertrude Pessina : Attualità , modernità , esoterismo ne "La Jena delle Fontanelle" di Francesco Mastriani
Angelo Manitta : Ugo Piscopo : un omaggio alla cultura- Numero monografico di "Risvolti"
Claudio Guardo : Tiresia a New York . Il tono profetico di Allen Ginsberg
Carlo Di Lieto : "Tormento ed estasi" nel sodalizio artistico di Tina Vaira e Carlo Felice Colucci
Aldo Marzi : Totò , Dario Fo , Alberto Sordi e le maschere.
Giovanni Tavcar : Schubert : il Lied e la forza terapeutica della musica.
Domenico Cara : Etica dell'istanza (arsioni del tempo, dal dirupo)
Silvana Del Carretto : La monaca di Monza è nata in Capitanata tra storia e letteratura .
- Letture -
Carmine Chiodo su Pier Paolo Pasolini
Maristella Dilettoso su AngeloManitta
Giuseppe Iuliano su Carmen Moscariello
Antonio Spagnuolo su Anna Santoro
Carmine Chiodo su Francesco Curto
DomenicoPisana su Daniela Cecchini
Francesca Luzzio su Elio Giunta
Antonio Crecchia su Elio Dessi
Giovanna Cangelosi su Calogero Cangelosi .
- Riferimento : enzaconti@ilconvivio.org

venerdì 11 agosto 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = LUANA FABIANO

Luana Fabiano – Respiri violati--puntoacapo Editrice – Pasturana (Al) – 2014 – pag. 79 - € 10,00
Luana Fabiano nasce a Catanzaro nel 1978 e vive a Squillace. Esordisce nel 2013 con la sua opera prima, la silloge "I canoni della speranza" che vanta la prefazione di Dante Maffia e che è risultata finalista al Premio Internazionale di Poesia, Prosa e Arti Figurative “Il Convivio 2013”.
“Respiri violati”, la raccolta della poetessa della quale ci occupiamo in questa sede, presenta una prefazione esauriente e ricca di acribia di Antonio Spagnuolo.
Il libro è scandito nelle sezioni “Bellezza confinata” e in quella eponima.
Come scrive lo stesso Spagnuolo, per comprendere a pieno i segreti di questa raccolta, immersa faticosamente nel non senso e nelle impossibili tracce dell’inconscio, bisogna conoscere qualche passo del pensiero creativo della poetessa. In questa silloge - ella suggerisce – ha cercato di dare respiro a tutta quell’umanità dimenticata, nel caso dei manicomi, ad esempio, o all’umanità abusata dei bambini, tanti cappuccetti rossi “scoperti” da lupi “domestici”, alla bellezza dilapidata delle donne che hanno labbra consumate, ridotte in mozziconi di duro asfalto.
Nella scrittura della Fabiano si riscontra un fortissimo scarto rispetto alla lingua standard con un andamento anarchico che sfiora il prelogico e l’alogico.
Si arriva ad una particolare definizione delle immagini attraverso la frequente aggettivazione in un discorso che si fa magico e magmatico attraverso la sospensione. Il discorso di dipana tramite la notevole densità metaforica, sinestesica e semantica.
Lo stile della poetessa è del tutto antilirico e anti elegiaco e le immagini, che scaturiscono le une dalle altre, procedono per accumulo, s’intersecano e spesso sono irrelate tra loro.
I componimenti sono spesso corposi e sempre molto icastici.
Si potrebbe affermare che l’atteggiamento della poeta, pur scaturendo da una vena che, come si diceva, mette in scena il peggio nell’ambito dei settori umani, si apre sempre ad una vaga speranza di riscatto, identificabile già nel fatto di dire con urgenza i mali della vita, di esporli facendoli riemergere, di farne oggetto di poiein.
La scrittura è sempre controllata, in parallelismo, in sintonia, con i sentimenti espressi dall’autrice, lucidi e distaccati nel non gemersi mai addosso.
Le descrizioni sono molto crude e l’approccio all’esterno avviene tramite la corporeità.
Non mancano a fare da sfondo descrizioni di una natura rarefatta e intensa e a volte nella lettura c’imbattiamo in un tu del quale ogni riferimento resta taciuto.
Non manca una vena neo orfica nelle descrizioni, dove aleggiano mistero e atmosfere di grande onirismo purgatoriale se non addirittura allucinato.
Cifra distintiva della poetica della Fabiano è quella di una forma intellettualistica e sempre fortemente avvertita e alle cose descritte si aggiungono idee su di esse in una forma di autoriflessione simultanea per la quale sono forti gli effetti stranianti.
Anche il tema amoroso – erotico si ritrova nella raccolta anche se non è tra i dominanti. Per esempio, in Reliquia, con raffigurazioni visionarie l’io – poetante si rivolge all’amato con trepidazione in bilico tra gioia e dolore e anche qui l’esito va verso il positivo, la realizzazione, la pienezza perché, come scrive Luana, “la pelle del nostro amore non raggrinzisce”.
La poeta modula i versi con intelligenza secondo una scaltrita coscienza letteraria.
*
Raffaele Piazza


martedì 8 agosto 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIUSEPPE IULIANO

Il male di vivere è pozzo e pace
“Fiori dell’anima” di Giuseppe Iuliano

La più recente raccolta di poesie di Giuseppe Iuliano (“Fiori di carta”, Delta3 Edizioni, Grottaminarda (Av) 2014 con una prefazione e una postfazione rispettivamente di Dante Della Terza e Peppe Lanzetta, e una nota sul risvolto di copertina di Paolo Saggese) è la conferma di una fedeltà intatta incrollabile a una vocazione laica e totale di resistere resistere resistere sul crinale, dove si incontrano parola poetica e contraddizioni della storia, accensioni di slanci ed echi di sofferenza. La storia e la sofferenza qui sono contattate e testate sotto l’aspetto del Mezzogiorno di oggi e di sempre, con riferimenti specifici al territorio di appartenenza, cioè l’Irpinia, dove, se si gratta la vernice di superficie della nostra tormentata contemporaneità, si scopre puntualmente fatalmente che lì dietro stanno in attesa di venire alla luce gli affreschi intriganti e paurosi dei primordi. E’ un vulnus, questo, che non si è mai rimarginato finora e che rischia di non rimarginarsi neppure domani, secondo il poeta, il quale, a rispecchiamento, fa sua tale ferita aperta, consapevole che in quella identificazione si giochi anche il suo destino, senza riserve, anzi con l’orgoglio di essere la costola in sofferenza di un’identità a rischio, ma ricca di tensioni al culmine, e di tanta memoria, che fa da bordo di abbrivio per il viaggio nella quotidianità e nella realtà più complessiva materiale e ideale. Così, la scansione e la pronunzia di ogni sillaba dei suoi tracciati avviene in stretta omologia col suo sentire o, meglio, col suo essere uomo del Sud. La sua parola, quindi, impegnata a vivere e a rappresentare il dramma di un mondo che cerca riscatto e risarcimento per i torti patiti, si sottrae in premessa alle distinzioni di generi letterari, di stili, di poetiche e di estetologie, attraversa i linguaggi trasversalmente e incurantemente delle sottigliezze stilistiche e retoriche, per aderire a quell’altra musica che è il dramma ineludibile e travolgente del suo, del nostro Sud. Nella sua voce egli è attentissimo a catturare e a far vibrare le voci delle situazioni reali nel loro porsi in essere per spirali, per frammenti, per urti all’interno e all’esterno. Per tale via, le parole diventano cose, incisioni di cose, voci di cose. Perciò, quando il poeta nomina il sale, il vino, la mensa, la semina, il campo lavorato, dice certamente quello che dice, ma dice anche tanto altro che è alle spalle del sale, del vino, della mensa. Il suo sale, il suo vino sono “più sale”, “più vino”, come si potrebbe dire parafrasando Alfonso Gatto (“Premessa” al “Capo sulla neve”), e, sotto tale aspetto, acquistano decoro e danno ornamento al messaggio. Giustamente, nella prefazione, Dante Della Terza sottolinea la qualità di questo dire, fatto di “parole ornate […] aggiuntive di nuovo calore poetico”.
**
Ugo Piscopo

SEGNALAZIONE VOLUMI = LOTIERZO & FORTUNATO

Antonio Lotierzo e Antonio Fortunato
Una utile e deliziosa sosta, con documenti, sui canti popolari lucani

I canti popolari, dall’Ottocento in qua, cioè dal romanticismo in poi, hanno acquistato sempre più nettamente e dignitosamente cittadinanza nella cultura ufficiale, ovvero dei vincitori. Da espressione di ambienti e ceti marginali, essi sono diventati patrimonio linguistico, musicale, artistico di tutti e per il godimento di tutti e, sul piano degli studi, hanno assunto una grande importanza per varie e fondamentali discipline, dalla letteratura alla storia, dall’antropologia alla sociologia e ad altre scienze umane. Ne dà riscontro la ricca, articolata, diramata bibliografia critica ed esegetica, che è tuttora in crescita. Oggi, questi documenti preziosi di arte e di cultura, soprattutto in Italia, attraverso l’accoglimento sempre più favorevole anche fuori degli ambiti accademici e scientifici, sta contribuendo a delineare un nuovo profilo del gusto, della sensibilità, della lingua in senso popolare, cosa che finora è stata abbastanza stentata e deficitaria da noi.
In questo mosaico di situazioni in svolgimento, degli utili tasselli sono inseriti da un volumetto gradevole e insieme culturalmente rigoroso, curato da due addetti ai lavori, Antonio Lotierzo, saggista e poeta, con notevoli contributi dati agli studi antropologici, e Antonio Fortunato, che, col figlio Giovanni, si dedica da anni al recupero e allo studio dell’oralità lucana. Ambedue lucani, essi, con la collaborazione anche di un musicologo, Riccardo Fittipaldi, ci regalano un volumetto gradevolissimo, agile, denso di suggerimenti: “Io tengo un organetto. Canti lucani”, Delta3 Edizioni, Grottaminarda (AV) 2015, pp. 119.
In esso, sono compresi 26 testi in originale, ognuno accompagnato da traduzione nell’italiano letterario e da note critiche, linguistiche, antropologiche essenziali, ma pertinenti e vibranti di guizzi intellettuali. Esauriente è il saggio introduttivo curato da Lotierzo, e opportuno il dialogo da lui intrattenuto con Fortunato. La materia raccolta non è di riporto, ma è fatta di documenti pubblicati adesso per la prima volta, con la consapevolezza dei giuochi variantistici complessi, che sono propri dei canti popolari. Come afferma un maestro di statura internazionale, quale lo spagnolo Menéndez Pidal, fondamentale deve essere in questi recuperi e complessivamente in questi studi la rigorosa attenzione per la geografia e per la storia dei canti popolari. E qui, gli autori hanno rispettato, senza adulterazioni e banalizzazioni testuali, i genuini reperti di una miniregione che va da Montella in Irpinia all’area cilentana nel Salernitano e a quella lucana, soprattutto del versante occidentale, come essi erano in realtà diffusi in un preciso periodo storico, secondo Novecento. La genuinità risulta da molteplici riscontri, tra i quali sono particolarmente significativi gli inserimenti del linguaggio della piccola borghesia, con il “suo italiano regionale”.
Tanto ancora bisognerebbe aggiungere sui procedimenti e i risultati conseguiti. I quali appartengono all’ambito delle ricerche, ma riescono in genere anche gradevoli alla lettura. Come in questo simpatico calco di una situazione furbesco-pulcinellesca:
“Care cumbare facimme nnu mmite,
tu puòrte a carna e ìje lu spiède.
Tu porta lu ppane, ca lu mìje è ndustate
porta lu vine, ca lu mìje è acìte.
Porta a miglièreta ca la mia è malata.
Care cumbare, che bella penzata!” (p. 59).
**
Ugo Piscopo

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Alessia chiede felicità"

Furba Alessia nella malizia
ha atteso di Giovanni la telefonata
ed è arrivata con mezz’ora
di ritardo. L’ha invitata ragazza
Alessia a fare l’amore.
(Ero fessa se chiamavo io).
Chiede felicità alle stelle
infiorate per gioco di natura.
Una melodia di Mozart
dura nell’anima di Alessia.
Si veste e scende ad attenderlo
all’azzurro del prato sottesa
pari a una donna
sedici anni contati come semi.
*

"Alessia si rivolge alla pianta"

Silenzio nel folto della casa
per ragazza Alessia al colmo
della grazia nel mattinale
incantesimo di nuvole a giocare
con il cielo. Alessia ragazza
si rivolge alla domestica pianta
da rinominare e l’essenza vegetale
le dice: “stavo morendo nel
candore di gennaio e tu, Alessia,
mi hai dato acqua e sono risorta
e ho gettato fiori bianchi
per il tuo amore che sarà infinito”
Alessia sorride nell’illuminarsi
dell’anima di 18 grammi.
Poi prende di sorgente acqua
e l’innaffia felice come una donna.
*

"Alessia contempla"

Sembiante iridato per ragazza
Alessia al Parco Virgiliano,
le tinte dell’arcobaleno della
quinta stagione per Alessia
nel cogliere al varco la gioia
sottesa alla sorgente dell’anima.
Dopo d’agosto la pioggia
e naviga in stupore Alessia
stellata dalle pozzanghere
e il celeste dei prati del cielo
specchi a invaderla di grazia
oltre l’esame della vita.
*

"Alessia e il gabbiano felice"

Vicino all’albereto dei sogni
in limine a di Napoli il mare
dell’amore paesaggio mistico
a iridarsi per Alessia vitavestita
di rosso della sera e domani
fa bel tempo. Anima di Alessia
di 18 grammi dove era già
stata due anni fa e aveva il
gabbiano felice scorto librarsi
leggero verso i lampi del mare
senza pioggia. Rivede quel
gabbiano Alessia ragazza nel
rasserenarsi in prossimità del
balcone dell’esistere a illuminarsi
sotto nuvole grandiose.
*
Raffaele Piazza

lunedì 7 agosto 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = SANDRO PIGNOTTI

Sandro Pignotti – “L’opera suona”--puntoacapo Editrice – Pasturana (Al) – 2016 – pag. 95 - € 11,00

Sandro Pignotti (Sanremo 1953) ha pubblicato varie raccolte di poesia e ha vinto numerosi premi nazionali.
E’ presente nell’antologia del “Premio Astrolabio 2009” edita da puntoacapo Editrice.
“L’opera suona”, preceduta da una Nota dell’Autore, è una raccolta di poesie composita e bene strutturata architettonicamente.
Non a caso è scandita nelle seguenti sezioni: “Guitto, Dedicato alla zia Dieci”, “Q/P”,” Jazz”,” La notte”… e …”Dei sortilegi”.
Nella Nota introduttiva l’autore afferma che gli pare di aver scritto molto e di aver detto molto, tanto che addosso gli si è incollata la squinternante sensazione che non riuscirà più a scrivere altro.
Il poeta dice anche di aver ritoccato e rivisto ogni parte di questa raccolta sino all’ultimo istante, adeguandosi alla regola aperta che afferma: “Un lavoro è terminato ogni qualvolta viene pubblicato”.
Da notare l’eterogeneità delle strutture delle composizioni di Pignotti nel loro realizzarsi sulla pagina: infatti, mentre alcune sono scritte nella maniera canonica, altre presentano i versi centrati sul foglio e altre ancora si delineano con versi disposti irregolarmente.
Per quanto suddetto si può affermare che Sandro realizza a livello formale, nel modello della disposizione del tessuto linguistico, una sorta di originalissima sperimentazione.
Lo stile del poeta è del tutto antilirico e anti elegiaco e caratteristiche dominanti del poiein sono una forte e stabile ironia che consiste nel riflettere in modo sarcastico e dissacratorio.
La stessa connotazione si realizza nel rivolgersi ai vari interlocutori, ai molti “tu” che non danno risposta all’io – poetante, ma che restano immersi in un’atmosfera di onirismo purgatoriale.
Infatti le parole, i sintagmi di Sandro, che producono immagini cariche spesso di sospensione e visionarietà, sembrano emergere, nel loro inverarsi in scrittura poetica, da una densa nebbia che potrebbe essere considerata come il preconscio o l’inconscio del poeta, che così raggiunge esiti alti e originalissimi.
Sicuramente la poetica de Nostro è intellettualistica, oscura e il lettore sembra affondare nei versi sempre avvertiti e caratterizzati da una vena scattante e luminosa, e anche la leggerezza del dettato è una caratteristica costante del discorso mai ripetitivo ma che tocca tutti i temi dell’esperienza umana.
Costante in questa maniera è un andamento anarchico che tocca in più punti l’alogico.
Anche la corporeità, la fisicità, sembra essere un tema affrontato dall’autore e gli stessi versi sembrano scaturire dalla tensione biologica, che si realizza nello scatto e nello scarto memoriale.
Un esercizio di conoscenza tout-court sembra essere a fondamento del discorso di Pignotti che usa la penna per scavare in profondità con realizzazioni lusinghiere, sottese ad un’ispirazione spontanea e controllata.
Infatti, pur nella materia magmatica descritta, le immagini che emergono risultano, nel loro magico assemblarsi, sempre sorvegliate e le emozioni forti rientrano sempre in un canone di armonia.
*
Raffaele Piazza



POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

“Menzogne”
La tenerezza ancora mi ripete
il tuo sussurro.
Ad occhi chiusi , a volte tremando,
rincorro le parole che il ricordo
intreccia nelle stanze e lentamente
s’acqueta .
Il vortice non tace, altalenando
nei ritmi di una musica ormai grigia,
per il cristallo evanescente della malinconia.
Il candore è senza più il profumo
del tuo sembiante,
è l’avventura finita nel mistero,
spolpata in mille assedi di menzogne.
*

"Percorsi"
Un altro sguardo consuma le mie attese,
nell'offrirti per l'ultima volta
ti prego svelami il segugio
che racchiude la mia disperazione.
Dico anche il fascino dei sogni,
la caduta che morde le promesse
senza più sprechi per alterne agonie .
Tali sono i meandri dell'oblio:
mura crollate e zone d'ombra
nel flutto delle antiche fantasie.
Qualcosa che sorprende a vertigini,
finge le allucinazioni attraverso artifici,
e carbonizza il percorso del mio linguaggio.
*
Antonio Spagnuolo

POESIA = GIOVANNI CHIELLINO

- I -
Ho lasciato ciuffi di capelli dal barbiere
e futili pensieri sul tempo,
i costumi , la fede e la Res publica,
a volte profonde riflessioni sullo sport,
rarissimamente sull'arte e sulla storia:
uno dei miei barbieri era un poeta.
*
- II -
Al riparo di una catasta di legna
ho guardato gli aerei
sfiorare le chiese di Catanzaro
e le bombe cadere a grappolo
sulla città dei tre colli
disorientata e incredula:
i campanili erano silenti,
stretti in una morsa di paura,
e il mare spaventato stava muto.
Solo la morte strizzava lo sguardo
sulla sconvolta e depressa vallata
sventolando su colline affrante
le sue bandiere macchiate di sangue.
Con gli occhi appesi all'arco del cielo
contavo gli assurdi rimbombi
e percepivo, nel silenzio del cuore,
il tumultuoso coro del dramma
che attraversava di corsa la scena
seguendo una falce lucente
e una croce. Poi venne la sera
e si spense ogni cosa.
Nel silenzio dell'ombra
non hanno volto il pianto e la gioia.
*
- III-
Perché non ti fermi, tempo,
sugli attimi che segnano
una vita?
*
GIOVANNI CHIELLINO
( da "Il tempo e la memoria" - Genesi editrice 2017 )
*
Giovanni Chiellino è nato a Carlopoli (Catanzaro) nel 1937 - Laureato in Medicina e Chirurgia ha sempre coltivato la poesia ed è stato presente in numerosi ed importanti impegni culturali. Collabora con indiscusso successo a riviste . Pensionato , vive a Caselette.

giovedì 3 agosto 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = MATTEO CHIGI

Matteo Chigi – Radici nell’etere -- puntoacapo Editrice – Pasturana (Al) - 2016 – pag. 81 - € 11,00

Matteo Chigi è nato a Genova dove risiede, nel 1952. Laureato in Medicina, esercita attualmente la professione di medico. Ha pubblicato “Mosaici e intarsi” (2005) “e Scavo mobile” (2008).
“Radici nell’etere”, il libro del Nostro che prendiamo in considerazione in questa sede, è una raccolta di poesie eterogenee tra loro per argomento e non scandita in sezioni.
Cifra essenziale della poetica dell’autore è quella di una poetica intellettualistica del tutto antilirica e anti elegiaca.
Il tono dei componimenti è tout-court filosofeggiante e riflessivo tendente alla ricerca del senso della vita.
Il poeta è cosciente di usare il poiein, la pratica della scrittura, per realizzare un esercizio di conoscenza che tocca tutti i campi dell’esperienza umana dal tempo alla fortuna, dall’anima al sogno.
I versi sono caratterizzati da una suadente e pervasiva musicalità e il ritmo è sempre incalzante.
Elemento di grande rilievo e originalità nei tessuti linguistici del poeta è l’uso di una parola magica nel suo scaturire da un’urgenza del dire che provoca suggestione ed una partecipazione empatica del lettore.
Per quanto riguarda quanto suddetto sono emblematici i versi iniziali di Come una Veronica nelle quali sono espressi in maniera vaga la febbre leggera di un mattino nel quale la nebbia fiorisce d’impalpabili rose e si realizzano convalescenza antiche in versi virtuosistici e senza autocompiacimenti.
Per realizzare i suoi effetti stranianti il poeta si serve di una notevole tastiera analogica.
Forti sono la densità metaforica e soprattutto quella sinestesica che si coniugano ad una maniera anarchica del dire che a volte sfiora l’alogico.
Viene spesso rappresentata un’incantevole natura rarefatta che s’inserisce in una visione tranquillizzante dell’esistere, della vita che fluttua nel suo colore e diviene mare ampio di sostanza e si destina all’esito mai compiuto d’affinità tra mare e cielo.
Non manca una venatura neo orfica nei versi di Chigi che si coniuga a sospensione e visionarietà.
Sembra che il versificare del poeta proceda per accensioni e subitanei spegnimenti.
In Tempo, una delle composizioni più alte, l’io poetante molto autocentrato dichiara che la sua identità è sottesa al corpo e immersa nel tempo.
In Il messaggio, in una disanima su mente ed anima è detto che il porto franco è solo nei sogni.
Una vena surreale sembra spesso pervadere la scrittura scabra ed essenziale nel creare Matteo atmosfere di una vaga e arcana bellezza ad un livello naturalistico che sottende quello etico.
Il dettato è icastico e fortemente denso semanticamente e le immagini sono costituite da sintagmi vari ed efficaci.
Nel componimento Esistenza l’autore dice che desiderò talora un’ora estranea alle abitudini celesti.
Non manca quindi un vago misticismo che parte dalla materia per giungere a spazi infiniti.
Un’opera originaria che, come dal titolo, pare avere radici nell’etere, nell’aria che pur invisibile si fa principio primo e matrice dei versi stessi.
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Raffaele Piazza