venerdì 21 luglio 2017

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Del sole candele"
(In memoria di Mirta Rem Picci, Amica suicida il 17/7/2017)

Tu così bruna sottesa
alle accese candele del sole
tra favola e fabula
e sto dove vivi.
Incanto nella villa del bene
e vedo tra le piante
della quinta stagione
i morti e li sento
parlare tra i segreti dei sagrati.
E stai infinitamente come
per consecutivi di gioia
pomeriggi nell’abbeverarmi
alla tua di parole sorgente.
*

"Di nuovo per Mirta Rem Picci"

Di talenti ne hai tanti
nella luce di stella che
scorgo dal davanzale
che s’illumina. Architetto,
di flamenco ballerina,
interprete, cameriera
parli inglese, francese,
spagnolo, italiano. Dio
ti ha fatto bella e sensuale
e ottima poeta anche.
Amica Mirta, sempre più
anici, dicevamo di noi
e sublime innocenza
ogni sera ti chiedevo
la tinta degli slip che
avevi addosso e tu dicevi
neri, rosa, color prugna
o melanzana, a volte
azzurri nella risata infinita
e poi ti domandavo cosa
volevi sognare. Mi
chiedevi se era peccato
rifiutare degli amici
gli inviti. Chiamami
tra dieci minuti, mi dicesti,
e poi la tua morte nello
spazio scenografico
della vita che è tutta
una recita.
*
Raffaele Piazza

mercoledì 19 luglio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = CINZIA DELLA CIANA

Cinzia Della Ciana : “Passi sui sassi” – Effegi edizioni – 2017 – pagg. 96 – s.i.p.

“Passi sui sassi” : -Quando il tuono suona/ a te innanzi,/ alzi il palmo della mano/ e allontani. Poi remi nell’arrembaggio,/ il male ti mangia ed è matta energia/ fino che la giostra l’ingranaggio blocca./ Stranita allora scatti, ti giri/ e la voce che non avvisa dice:/ è finita, vai via, non sei più ostaggio./ Questo strambo effetto fa lo strazio:/ arriva e non ci sei,/ se ne va e non è mai stato./ Si rimuove sempre il patire,/ lo smemorare è parte del dolore./ E tu riparti col ricordo del futuro/ nel seminare passi sui sassi/ eterni il presente. - Con questi versi , che sono esemplari per una recitazione musicale , si chiude la raccolta di poesie che Cinzia Della Ciana propone con luminosità dichiarata e visibile , tra pagine volutamente cesellate , in armonia con una strana profondità delle relazioni, che l’esperienza e il quotidiano descrivono in attimi fuggevoli. Il volume si divide nei capitoli “manifesto” , “scorticati passi” , “stazionati passi”, “a spasso” , “sorpassi” , “sassate” , più per il desiderio di uno specchio che realizzi tempi e tessere multicolori che per la necessità di interrompere il canto che si scioglie invece uniforme nell’intero collage. La strada , l’attesa , la solitudine , il silenzio, il frastuono , l’apparenza dell’ignoto , divengono l’intero apparato scenografico nella plasticità dei versi, ove dimensioni e gestualità costruiscono una semantica nella quale gli scambi all’interno della commedia umana esplodono nel preciso indice delle apparenze, per continua ricerca della parola. Le stanze , per la poetessa , forse sono senza uscite , quasi che il labirinto possa incastrare le illusioni e divenire soffio di una preghiera , di un rosario . Le mani “affannano fili” per intrecciare ricordi o per lenire memorie nel bisogno incessante dell’attesa o nella inabitabilità degli spazi.Qui i sentimenti e le emozioni nel rtmo cadenzato del passo rimbalzano le''immaginaria idea contenuta nel sub conscio per inseguire parole semplici e nel contempo ricucire frammenti dell'ignoto. In controluce i paesaggi , le vacanze , le passeggiate , i borghi , tra un sasso e l’altro , vengono raccontati nelle variopinte possibili sfaccettature , e le inquadrature ripropongono le radici omogenee della formula poetica.
ANTONIO SPAGNUOLO

martedì 18 luglio 2017

POESIA = FOSCA MASSUCCO

- I -

È ora di separare il sottile dallo spesso, il frutto
dalla pianta, il seme dal frutto. Vaghi la notte,
il naso rivolto alla balena gareggiando con Menkar,
fiammeggiando di pena tra i rittani cupi del San Michele.
Liberata Giaffa ed i suoi scogli a primavera
non attendi altri destini, comito d’una flotta di biche –
il ricino è spuntato troppe volte sopra il tuo capo,
senza che sapessi esultare, il vento caldo tra le vigne
scongiurava dio e tu eri il verme.
Prova ancora, distingui la destra dalla sinistra
esci dalla balena solo a risanare te stesso.
**
- II -

Il tempo scatta acuto
con le sue lamelle, suona chiarissimo
per ciascuno e diverso. Senza tetto
m’imbroglio nella luce
trovo pietre nella cenere del pane.
Se le masche scagliano la fisica
sulla porta scardinata, i fuscelli in croce
non frenano la danza – in fila si allontanano
i pidocchi, via da questa morte
senza morte appesa ai fili del ragno.
Ogni sera ho vestito il manico di scopa
con la sua camicia, colte le ossa dal camino
per vederlo sorridere di nuovo
ma la collina resta un cranio che risuona
nella notte della langa.
**
- III -

– Oggi è martedì – nella quiete ascolto
i tarli masticare,
gli schiocchi ultimi dei ceppi.
Temo le parole come il luppolo
aspre, ruvide le cime. Con me
sta l’anima della faina,
i denti puntuti dentro le uova
e dei coniglietti in affanno
restano solo crani, nella stalla
minuscole orecchie a terra.
– Oggi è martedì – la bruma bassa
mozza le colline, galleggiano
le cime nella laguna e tutto qui
possiede un’aria anfibia, sterile
come il tutolo,
decisiva.
Si tuffano i bufoni grassi
se sbuca la mia ombra –
tra riva e ripa
inutili al contraccolpo dell’acqua,
oscillano i nodi dell’equiseto –
mi scruto severa tra i gusci
di mandorla spaccati dai topi.
**
FOSCA MASSUCCO
*

FOSCA MASSUCCO (Cuneo, 1972) è laureata in Fisica e specializzata in Acustica; sposata con il contrabbassista e compositore Enrico Fazio, sviluppa progetti di musica jazz e poesia. Insieme vivono in un casale su una collina del Monferrato astigiano, dove producono musica in un personale studio di registrazione.- Ha pubblicato “L’OCCHIO E IL MIRINO” (Ed. L’Arcolaio, 2013), prefato da Dante Maffìa e “PER DISTRATTA SOTTRAZIONE” (Ed. Raffaelli, 2015), con introduzione di Elio Grasso. Collabora con il Laboratorio di Poesia di Modena di Carlo Alberto Sitta e con la rivista di poesia e critica letteraria STEVE. -E’ stata tradotta in rumeno dalla poetessa Eliza Macadan e in spagnolo dalla prof. Giulia Bertagnolio. -Sulla sua poesia hanno scritto, tra gli altri, Carlo Alberto Sitta, Elio Grasso, Giorgio Linguaglossa, Dante Maffìa, Giorgio Bàrberi Squarotti, Fabio Simonelli, Plinio Perilli, Claudio Morandini, Gianni Martini. --Una sezione del primo libro è stata sonorizzata dai musicisti E. Fazio e G. Malfatto e presentata in anteprima alla Rassegna “Precipitati e Composti” che segue annualmente il Premio di Poesia Anna Osti. Un testo del secondo libro è stato sonorizzato e inserito nel disco MOODS [CMC,2015] di C. Lodati e E. Fazio.

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Alessia e il passerotto"

Panchina ad angolo con il cielo
al Parco Virgiliano per ragazza
Alessia. Seduta scorge la gioia
senza peso di un passerotto
nel volteggiare nell’aria nella
leggerezza del volo. Si stupisce
Alessia (sarà un segno buono).
Prende Alessia dei biscotti le
briciole e a sinistra le getta
presso dell’erba il verde. Si
avvicina felice il volatile
sotteso alla luminosità dell’aria
e le becca. Gioiosa Alesia
in quel frullo d’ali che è
presagio buono per l’amore.
*
Raffaele Piazza

lunedì 17 luglio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = ATTILIO GIANNONI

Attilio Giannoni – "Nella forma e nel respiro" - puntoacapo Editrice – Pasturana (AL) – 2017 – pag. 71 - € 12,00

Attilio Giannoni è nato nel 1948 a Toceno (VB) e risiede a Castelletto Ticino (NO). Ha militato come cantante in diverse formazioni musicali. Nel 1990 vince il premio pubblicazione al concorso di poesia “Monferrato” con la raccolta dal titolo Sul dorso della spiga. Questo libro arriva, dopo anni di esitazioni, ad avere forma e respiro.
“Nella forma e nel respiro” è una raccolta non scandita e presenta una postfazione di Emanuele Spano ricca di acribia.
Una sensibilità che fluttua tra il concreto e il visionario sembra connotare i componimenti di Giannoni, che sono antilirici e anti elegiaci anche se qualche squarcio di liricità a volte in essi si apre come un’accensione alla quale segue uno spegnimento subitaneo.
Alcune composizioni sono scritte in prima persona mentre altre sono descrittive. Una materia incandescente ma sempre ben controllata sembra permeare i tessuti linguistici del Nostro carichi di densità metaforica e sinestesica.
Eppure c’è chiarezza, insieme a nitore e luminosità, nelle poesie che Attilio ci presenta.
Per le intrinseche diversità dei componimenti, a livello strutturale e contenutistico, “Nella forma e nel respiro”, può essere letto e considerato come una polifonia, un’opera che esprime a vari livelli le inclinazioni dell’autore, che si realizzano in immagini sempre icastiche e suggestive ben cesellate e modellate, attraverso una parola detta sempre con urgenza, che si apre continuamente a nuovi sentieri e possibilità.
Spesso una suadente e sapiente ironia trapela dalle parole del poeta come nel componimento I capelli nel quale è detta una ragazza dal nome Cinzia che si è tinta i capelli di rosso.
Nell’incipit della suddetta poesia la ragazza cammina con il suo ragazzo che sta a testa bassa mentre Cinzia viene schiaffeggiata da nuovi sguardi.
La nuova tinta della capigliatura della giovane le dà un fascino permeato di trasgressione e si sente oggetto di occhiate e afferma il poeta che domani vedrà strizzate d’occhio e avrà forse sulla pelle le prime lacerazioni del dubbio.
Nel rosso dei capelli il fidanzato vede la possibilità dell’infedeltà e tutto si risolve nel sarcasmo per la scelta della sensuale protagonista di cambiare look e divenire provocante.
Del resto la vena ludica è costante in questi componimenti nella loro multiformità di cui si diceva.
Anche il tema del dolore è affrontato da Giannoni come in Dov’è arido dove è pronunciato l’urlo di dolore del soldato che muore e viene detta anche l’angustia della madre che affonda in tre secondi nella sabbia.
Bella la prima composizione intitolata I camion che pare avere un carattere programmatico. Qui il mezzo viene visto come personificato: per esempio nell’incipit viene affermato che gli stessi camion non passano mai le sere davanti al caminetto e non sono fatti per ascoltare le favole di Karen Blixen.
Con un vago procedimento anaforico in cui la parola camion viene ripetuta in modo cantilenante nella sua efficacia, i mezzi si fanno testimoni di scenari nei quali si situano storie di varia umanità attraverso i tragitti che compiono nel trasportare le loro merci.
Anche il tema amoroso è trattato in “Non lasciarmi”, toccante composizione nella quale l’io – poetante, da padre, soffre per la figlia diciannovenne lasciata dal fidanzato e dice che la scena diventerà pezzo di film.
Una vena caleidoscopica e avvertita connota la poetica di Giannoni nelle sue forme che sembrano respirare.
*
Raffaele Piazza





SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCESCA LO BUE

FRANCESCA LO BUE : ‘Itinerari’-‘Itinerarios’ (Società D. Alighieri, Roma, 2017)--
(lunedì 26 giugno 2017)
*
L’autrice non ha bisogno di presentazioni per il semplice motivo che risulta già nota negli ambienti letterari italiani e in quelli di lingua spagnola essendo essa nata sì in Italia, ma vissuta anche per lungo tempo in Argentina, segnatamente nella città di Mendoza dove ha compiuto tutti gli studi compresa la laurea in Lettere e Filosofia.
Molte le sue opere, in prosa e in versi – in edizione bilingue - come, per citarne solo alcune, ‘Lirismo y Metafisica en Giacomo Leopardi’, ‘Por la Palabra, la Emociòn’ (2009), ‘Non te ne sei mai andato (Nada se ha ido), 2003-2009, ‘Il libro Errante’ (El Libro Errante), 2012-2013 e così di seguito.
Ora, Francesca Lo Bue si è ripresentata, proprio in questi giorni, all’attenzione della critica con una silloge poetica, che già dagli interessanti titoli - ‘Itinerari’-‘Itinerarios’ (Società D. Alighieri, Roma, 2017) - lascia intravedere le linee-guida lungo le quali si è mossa mercé, son sue parole dell’’Introduzione’, “un raggio che si apre nella nebbia, raccogliendo dal nulla e dal caos, per divenire visione di quello che già fu e parola di ciò che dovrà essere”.
E già, dalla prima lirica, ‘Casa’ (Casa antigua), la poetessa mette in atto i propri ricordi cercando il cippo del Padre (el cipo del Padre) e chiedendo alla Madre sia l’albero del sogno, sia la protezione dal pianto della colpa; tanti sono i temi affrontati, nella raccolta, dall’Autrice la quale, ad un certo punto, chiede al Signore “la beatitudine della verità” (la beatitud de la verdad), visto che tutto è monade, vale a dire fiore.
Ad un certo punto, l’artista chiedendosi che cosa sia il profondo risponde con i seguenti versi: “E’ come un alone senza confine (…)/ lampo di arcobaleno e riverbero lontano”(es como un halo sin limite/ (…) rélampago de arco irys); profondità e lampi che si aprono all’arcano il quale permette che le tombe, alla fine, “si sveleranno” e riveleranno l’impronta dell’aquila miracolosa.
E, a proposito di sigilli, gli ‘Itinerari’ della scrittrice italo-argentina sono ricchi di simboli e di riferimenti emblematici relativi, cioè, alla figure dell’”unità senza forme” (infinitesimal sin forma), quali Pizie, oracoli, responsi, interrogativi e “Sibille nel nugolo delle visioni” (Sibilas desde los cirros de las visiones).
E sempre riguardo alle profezie e ai vaticini, l’artista dedica un componimento anche ad Artemidoro (II sec. d.C.), noto esperto di materia onirica, i cui ultimi due versi così suonano: “A Te che ami il respiro sacrificale/ la freccia del tuo amore nutra il sangue” (A Ti que amas el respiro sacrificador/ la flecha de tu amor nutra la sangre).
Restando ancora nei temi misteriosi ed occulti, occorre rilevare che molti versi sono pregni di significato metafisico come quando, ad esempio, leggiamo le seguenti significative parole inerenti, appunto, alla natura che “non chiede pane né sedili” (no pide pan ni assentos) dato che essa, prosegue la poetessa, “è sola, immensa” (està sola, inmensa) presentandosi come “aspro muraglione dell’esistere e cifra nulla” (àspero murallòn el esistir y cifra nula).
Profondi si ergono, dunque, i menzionati versi di Francesca Lo Bue mentre il vento le si presenta sposo del cuore nel tentativo di “abbandonare i labirinti aggrovigliati di ingiustizia” (para abandonar los laberintos enredados de injusticia). Tali motivi diventano, ad un certo punto, preminenti nella sua visione del mondo visto che quest’ultima celebra, per un verso, gli occhi del verde magico e la pietra di una torre che risplende ai viventi, ed esalta, e per l’altro, l’eternità della poesia che “ricostruisce, / trasmuta/ richiama i ritmi delle sorgenti” (reconstruye, /transmuta,/ reclama los ritmos de las surgientes). Non manca, naturalmente, la stessa, di rendere i dovuti omaggi alla Divinità la quale, “non viene in una nube maestosa/ ma appare come calamita di bellezza,/ desiderio di pietà e vendetta” (El no viene en una nube majestosa,/ aparece como imàm de belleza,/ es deseo de piedad y venganza).
Anche perché - essa prosegue, nella lirica ‘Il passato’ - “gli occhi di Lui, presenza di giovinezza,/ sono sostanza che abbaglia” (Los ojos de El presencia de juventud, / son sustancia que reverbera); Francesca Lo Bue non tralascia di magnificare anche la maternità tant’è vero che, opportunamente, traccia un profilo di tale importante figura che geme, ansima ed è felice di portare il proprio frutto in grembo.
Ma, come abbiamo sottolineato, molteplici risultano i soggetti presi in esame dalla poetessa italo-argentina non escluso quello concernente ‘L’ape del sogno’, come si intitola un’altra lirica, la quale, son sue parole, spìa la sua solitudine mentre “la nube dell’iride/ (…) sale dalla notte, nella notte” (la nube del iris/ (,,,) sube en la noche, en la noche).
Un’ultima osservazione: l’Autrice usa diverse volte il termine ‘seme’ (semilla) come simbolo di pace, quale “grotta profonda”,/ dove la pernice pasce col leopardo/ assetata di segreto vivo” (gruta profunda,/ donde la paloma se arrulla con el leopardo/ sedienta de vivo secreto). Tutto da leggere e da meditare, in definitiva, il presente bel libro di Francesca Lo Bue.
*
LINO DI STEFANO

domenica 16 luglio 2017

POESIA = GILBERTO ANTONIOLI

"sulla scia dell’esistenza"

attendo che tramonti la luce della sera
e che le tenebre si posino e trascinino
le prime sensazioni di riposo
(è l’attimo che anticipa la notte)

attendo che si formi un cono di silenzio
che dona allo spirito la quiete
e momenti di aspra riflessione
(il giorno è troppo irriverente)

che solo il buio riesce a contenere
nell’arco di meditazioni, che sfuggono
rumori di piacere, ed angoli di noia
*

"assillo"

pensieri in fuga avvolti nella nebbia
smarrimenti acuti in gusci solitari,
indifferenza che copre nel silenzio
la marea del golfo che scivola il brusio

ed è la mente che ascolta il bisbiglìo
delle ultime foglie dell’autunno,
che salutano prima di migrare
verso tensioni che non possono sfuggire

io capto in lontananza il loro assetto
che attendo prigioniero sugli scogli,
riporto la speranza sul mio tempo
che non coglie le stagioni del passato

arrivato in formazione c’è chi vola
disteso sulle ali sopra l’onda,
s’immerge dentro tronchi di burrasche
sono guizzi o sono cariche di vento

non è un groviglio ma un mare indifferente
idea che cruccia, assillo, turbamento
*
GILBERTO ANTONIOLI

venerdì 14 luglio 2017

POESIA = FEDERICA GIORDANO

Inediti -
***
Quando collassa la fede
il corpo si fa carcassa.

La ruga ferita delittuosa.

Si resta come pietra senz’occhi
che guarda come guarda il Baltico.


***


(Mosca, aprile 2017)
"Qual è il punto che ti duole?"
Elitis
*
Mi guardò l’uomo russo e mi sentii a casa.
Guardava una straniera.
Mi guardò lei e vidi pianure gelate
e chilometri di storie tra noi.
Ho visto Mosca in quegli occhi
e l’impronta del regime.
La lingua russa è stato solo racconto
e suono.
Negli occhi abbiamo tutti
la temperatura e l’unica domanda.



***

La musica dell’Est
Suona un suo dolore:
C’è dentro la malinconia un chiarore,
perché scompare l’uomo
dentro il suo strumento






(Lipsia, maggio 2017)
*
Nera e periferica la notte dell’Est.
Ingoiate dal buio ci sono industrie a riposo.
Il tacco schiocca forte dove non si può vedere.
In un rifugio musicale, tanti uomini
Scuotono le teste in sincronia.
Il buio e il freddo dei boschi si combattono
Col canto, fischio d’aquila:
in picchiata sul mio petto mediterraneo
una freccia che proviene dal gelo.
Da lontano si rianima l’industria
Di una meccanica minore.
*

Federica Giordano
*

Federica Giordano è nata a Napoli nel 1989. Si laurea con 110 e lode in Lingue e culture moderne con una tesi in traduzione letteraria dal tedesco dal titolo “Traduzione e traducibilità della poesia. Porcellana di Durs Grünbein”.
Nel 2008 pubblica la raccolta poetica Nomadismi. Nel 2009 è autrice del testo in musica Favola di Mezzanotte, musicato dal compositore G. Mancusi. Nel 2011 pubblica La parte che ti ho affidato, Boopen Led Edizioni. Sue poesie vengono pubblicate su riviste specialistiche. Partecipa a reading poetici e rassegne letterarie come Il festival della Letteratura di Narni e Una piazza per la poesia di Napoli. Si occupa di critica letteraria per varie riviste tra cui “ Nuovi Argomenti” e “Poesia” di Crocetti. Da segnalare il suo servizio sulla raccolta “Porcellana – Poema sulla distruzione della mia città” di Durs Grünbein, pubblicato nel numero di Febbraio 2013 della rivista “Poesia”. Nel 2014 partecipa come autrice e come traduttrice al progetto antologico “Ifigenia siamo noi”, edito da Scuderi Edizioni.
Cura la sottotitolazione italiana di due lungometraggi di Cynthia Baett “Cycling the frame” e “The invisible frame” presentati nell´ambito delle rassegne culturali del Goethe Institut di Napoli. Un’ampia selezione di testi inediti viene pubblicata sulla rivista Poesia, numero di novembre 2016.
Nel 2016 pubblica “Utopia Fuggiasca” con l’editore milanese Marco Saya. Il libro è stato presentato nell’ambito della Fiera del Libro di Roma “Più libri più liberi” ed è stato premiato a Mosca, vincitore della sezione “Tonino Guerra” nell’ambito del Premio italo-russo Bella Achamadulina 2017.
*



venerdì 7 luglio 2017

NOTIZIA = MARIO LUNETTA NON E' PIU' CON NOI

MARIO LUNETTA lascia un vuoto notevole nel panorama della cultura contemporanea - Nato a Roma nel 1934 è deceduto ieri , silenziosamente , delicatamente , come era suo costume. Ha pubblicato decine di volumi di poesia , di narrativa , di teatro ,di saggistica , incidendo con il suo bagaglio culturale nella ricerca della parola , come segno di profonda codificazione del simbolo , del senso , della interpretazione e reinterpretazione dei testi pubblicati in Italia. Critico attento, letterario e d'arte, ha collaborato a numerose testate italiane e straniere , fra le quali L'unità,Il corriere della sera , Il messaggero , Rinascita , il Manifesto , Liberazione.
********

martedì 4 luglio 2017

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

“Riverberi”
Per saziarmi e tormentarmi ho lasciato che le sere
inaridissero nelle foto , il lume spento.
Là dove i ricordi spezzano la luna
la mia e la tua ombra hanno sfaccettate speranze
sempre in inganno , per radici rinsecchite,
e parlo spesso del tempo che ci avvinse
quasi stordito dal silenzio delle coltri.
Per qualche istante piego le pareti nel sospetto
che tutto ormai ha il suo vuoto
nella vulnerabile attesa del ritorno.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 3 luglio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = EDITH DZIEDUSZYCKA

Edith Dzieduszycka – “La parola alle parole” - Edizioni Progetto Cultura – Lavis (TN) – 2016 – pp. 127 - € 12,00


Edith de Hody Dzieduszycka è nata a Strasburgo, Francia, dove ha compiuto studi classici e lavorato per 12 anni al Consiglio d’Europa. Dopo il suo arrivo in Italia si è diplomata all’Accademia di Arti Applicate di Milano. Ha pubblicato libri di poesia, di racconti, di fotografia e un romanzo. Disegna, realizza collage, scatta fotografie. Ora vive a Roma.
“La parola alle parole”, il libro dell’autrice che prendiamo in considerazione in questa sede, è scandito nella sezione eponima in poesia e da un’appendice costituita da diciassette frammenti in prosa intitolati “Il paese di là”.
L’opera presenta una prefazione di Giorgio Linguaglossa ricca di acribia.
Intrigante il titolo della raccolta che esprime l’idea intellettualistica, chiara e distinta nella coscienza letteraria della poetessa, di voler riflettere sulla parola stessa, di volere scrivere poesie sulle poesie medesime che sono formate da parole, compiendo così un accattivante divertimento liberissimo e mirato sullo stesso verbo, per usare una metafora di genere musicale.
Viene in mente leggendo i versi della poeta la famosa poesia di Edgar Lee Master intitolata Il silenzio, che ha per tema proprio il gioco ambiguo ed elusivo, fondante, fatale o benedetto che sia, che è proprio quello del linguaggio, scritto o orale che infrange il silenzio stesso.
Del resto la poesia, come la musica, e tutte le arti sono sorelle, deriva dallo stato di quiete infranto da ogni sillaba di unità minima o da una anche vaga sonorità.
La parola come forma di comunicazione che è diventata velocissima nel nostro postmoderno al tempo del villaggio globalizzato e dei media come internet, la radio o la televisione.
“La parola alle parole”, dove i lessemi sembrano sgorgare limpidi e cristallini, come acque di chiara e refrigerante sorgente, si può considerare come un poemetto unico nel suo genere nel quale tutte le strofe sono costituite da quartine tranne che in rarissimi casi.
C’è un aspetto ludico nell’architettura ben strutturata dei componimenti e Edith sembra giocare con i suoi versi, producendo atmosfere nelle quali domina l’io-poetante che scrive all’infinito variazioni sullo stesso tema.
Musicalità e geometrizzazione delle parole stesse, sottese ad ironia amara o sorridente che sia animano le pagine che possono essere lette tutte di un fiato, provocando sollievo e stupore nel lettore con la loro magia.
Come è detto nella poesia iniziale, che ha un carattere programmatico, la poeta dichiara che la parola le serve come l’acqua alla pianta, per poi soffermarsi sulla genesi della parola stessa che sembra nascere nel cavo della mente.
Con la sua vis giocosa Edith afferma che le parole le potrebbe anche comprare in un negozio e portarsele a casa disponendole in ogni luogo fino a quando la dimora ne sia piena e viene il tempo di traslocare.
Protagonista dell’ordine del discorso pare essere nella sua invisibilità proprio la mente umana, nella quale tutto avviene il nostro esserci e dalla quale sembrano sgorgare le parole stesse che hanno per genesi, momento fondante, proprio il pensiero stesso.
Il tema della parola è strettamente legato a quello del tempo perché tra due parole dette in sequenza può aprirsi la feritoia dell’attimo heideggeriano e così la durata si può fermare e proprio tramite il tessuto linguistico si può entrare nel non tempo.
Del resto ammonisce l’Antico Testamento biblico affermando che nessuna parola sarà senza effetto e che vita e morte sono in potere della lingua. Un esercizio di conoscenza scaltro e intelligente.
*
Raffaele Piazza

venerdì 30 giugno 2017

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Alessia in treno"

Pari a un fiume il treno
dalle acque invisibili
a inalvearsi nel letto
del binario per ragazza
Alessia in limine alla
vita dopo nell’albereto
con Giovanni l’amore.
Intravede case e campi
anima vestita Alessia
ragazza e poi il romano
acquedotto nel giungere
a Termini stazione
per l’esistere felice
come una donna
sedici anni contati come
semi. Ha al collo una
bucata moneta e della
Vergine la medaglietta
d’oro. (Ieri l’ho persa
la verginità e mi è piaciuto
speriamo che ora non
mi lasci e che non ci
sono rimasta), pensa
Alessia.
*

"Alessia e della pace il lago"

Segue il bagno nuda nel lago
per Alessia dopo essere uscita
dallo spogliatoio dell’anima
e degli indumenti (le scarpe,
gli slip, il reggiseno e l’azzurro
cielo del vestito). La speranza
di non essere lasciata per vivere
ai lieti colli dell’anima di ragazza
sotto di luglio ad abbronzarla
il sole infinito come ragazza Alessia.
Si distende sull’erba emersa
dalle acque nella con natura
la fusione e dispone fotogrammi
per la vita nell’intessersi
i pensieri con del cielo le nuvole
fatate.

*

"Alessia nella pioggia"

Aria nell’umidità dell’
acquata estiva per Alessia
ragazza appoggiata
all’edera di fiorevole
gioia sul muro e attende.
Pioggia verticale a bagnare
di Alessia i capelli e l’anima
dove era già stata nell’
abbandonare il prato azzurro
di cielo antistante la villa
della gioia. Pioggia nell’
inalvearsi di Alessia il pensiero
fino alle braccia di Giovanni
sincero e trarne felicità
per di vacanza un chiaro mattino
di sosta a fare nell’albereto
l’amore sotto fresche gocce
ad accadere.
*

"Alessia riscopre le stelle"

Attimi di sera per Alessia
nel mettersela nella tasca
dei jeans sdruciti. Il buio
interrotto dalle lampade
per Alessia ragazza al bar
Virgilio nel leggere di Foscolo
i sonetti e uscire dalla
resistenza dell’aria a riscoprire
le stelle nell’intermittenza
del lucore di nuova vita
in vita per rinnovarsi pari
ad astro per riaccogliere
Giovanni levigata dal vento
e si stupisce Alessia della
gioia.

*

"Alessia allegra"

Ride Alessia dopo l’esame
d’italiano superato. Gesto
simbolico getta contro del cielo
l’azzurro con i libri la borsa.
Esultanza di Alessia nell’
abbeverarsi alla quinta stagione
nella camera della mente.
Allegria di Alessia nel
di gioia naufragio nell’
interanimarsi alla sorgente
dei sogni più dolci nel
tendersi al ramo dell’arancio
per prendere il frutto e
dissetarsene nell’infinita
vita a proseguire ed esistere
già nel mondo di ora
cosmo di ragazza Alessia
nel trasfigurarsi nell’estasi
tra delle piante del giardino
la bellezza.
*

Raffaele Piazza

giovedì 29 giugno 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = FELICE SERINO

Felice Serino – “La vita nascosta” - (poesie 2014 – 2017)
Copyright 2017 by Felice Serino

Felice Serino, nato a Pozzuoli e residente a Torino, autodidatta, è un poeta che ha ottenuto numerosi consensi critici e che ha vinto molti premi letterari. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia.
Gestisce svariati siti su Internet di ottimo livello e qualità, che ospitano anche poeti prestigiosi. E’ stato tradotto in otto lingue.
“La vita nascosta” è un’opera corposa nel suo racchiudere le raccolte del Nostro “Trasfigurati aneliti” (2015) e “Nell’infinito di noi” (2016) ed è corredata da una presentazione di Giovanni Perri ricca di acribia.
Cifra essenziale, che connota la poetica del Nostro, di raccolta in raccolta, è una vena originalissima che parte da una visione del sacro, visto sia in maniera trascendente che immanente. Serino si pone nei confronti della realtà, del mondo, del cosmo, che nella nostra contemporaneità spesso diviene caos, inizialmente come creatura che anela ad un essere superiore tramite una religiosità che supera e va oltre le forme confessionali e ritualistiche della Chiesa. Sono spesso nominati da Felice Dio, Gesù, la Madonna e soprattutto gli angeli, ma il poeta non cade nel dogmatismo, credendo in un amore interessato per Dio, in un rapporto con Lui non mediato, tipico dei mistici, e che trova la sua realizzazione, il suo inveramento proprio attraverso, le sue poesie, che presentano unitarietà del discorso e coerenza. Proprio in questo modo e in tal senso egli da creatura si eleva a persona, che vive criticamente in una società, relazionandosi con essa secondo una sua personalissima visione del mondo. Tema essenziale del suo “riflettere in versi” è quello dell’amore per la vita, che lo porta ad una certa forma di ottimismo. Per Serino l’esistenza umana è degna di essere vissuta e anche la morte non è considerata come la fine di tutto, ma come il passaggio dalla transitorietà all’eternità. Non solo i contenuti sono originali nel poiein dell’autore, ma anche la forma dei suoi testi in massima parte brevi. Il poeta attraverso gli occhi si rivolge alle cose che lo circondano, che vengono trasfigurate in versi, divenendo cariche di senso e di pathos. Ecco dunque il sentire di Serino in “Trasfigurati aneliti”, che esprime la stabile tensione del poeta verso l’universo e anche verso il microcosmo. Il libro è costituito da 45 componimenti tutti forniti di titolo e non è scandito in sezioni. Trasfigurati aneliti potrebbe essere letto come un poemetto vista la sua unitarietà e tutte le poesie che lo compongono fluiscono in lunga ed ininterrotta sequenza e sono risolte in un unico respiro. S’incontrano diversi interlocutori in questa raccolta, ai quali l’io-poetante si rivolge, figure che sono Dio, Gesù, gli angeli e anche esseri terreni dei quali ogni riferimento resta taciuto. Una vena epigrammatica connota il dettato del poeta che pratica una poesia neolirica. Si notano precisione, velocità, leggerezza, icasticità, grazia e armonia nel versificare di questo autore. A volte il tema del sacro si coniuga con quello della classicità, in versi sempre luminosi e controllatissimi.
In “Nell’infinito di noi”, Serino continua ad elaborare la sua personalissima e originale ricerca letteraria. La raccolta è suddivisa in due sezioni, entrambe costituite da quarantacinque componimenti, “Lo sguardo velato” e quella eponima. Se la poesia è in se stessa sempre metafisica, si deve mettere in evidenza che, di raccolta in raccolta, Felice riesce a produrre componimenti collegati tra loro che, oltre ad essere metafisici, sono connotati sempre da un forte alone, o ancora meglio, da un’aurea di sorprendente misticismo postmoderno. Il suddetto si può evincere, sia in testi che hanno come oggetto o tematica figure tratte dall’immaginario religioso, come il Cristo o gli angeli, sia quando il poeta proietta la sua vena trascendente in situazioni del tutto quotidiane, nelle quali l’io – poetante e le varie figure protagoniste, dette con urgenza, sono in tensione appunto verso l’infinito (e qui giocano un ruolo importante le tematiche della nascita e della morte). Un accentuato senso del sacro caratterizza “Nell’infinito di noi”. Esso qui trova la sua espressione estrema, rispetto alle raccolte precedenti del Nostro, nelle quali già si notava. Il poeta sembra suggerirci, con il titolo della raccolta, che noi esseri, come persone, pur vivendo sotto specie umana, per dirla con Mario Luzi, già nel nostro transito terreno siamo infiniti e che le nostre anime sono immortali. I componimenti sono tutti connotati (e non potrebbe essere altrimenti per quanto già affermato), da sospensione e magia che si realizzano nei versi icastici, veloci e leggeri. Stabile è la tensione verso il limite nella ricerca dell’attimo in senso heideggeriano, della vita oltre il tempo degli orologi. Così Serino produce tessuti linguistici pieni di illuminazioni e spegnimenti, nei quali è visibile una luce, che è appunto quella di una realtà soprannaturale, che si proietta tout-court in quella delle nostre vite, restituendoci una notevole carica di senso. Particolarmente affascinante, nella sezione eponima, la poesia intitolata proprio Nell’infinito di noi, nella quale sono stabili visionarietà, sospensione e dissolvenza. In questa il tu, al quale il poeta si rivolge, e del quale ogni riferimento resta taciuto, è Nina, una figura che, nell’incipit, volteggia nelle stanze viola della memoria. Qui si evidenzia una forte tensione attraverso una parola sempre raffinata ed avvertita. Particolarmente alto il verso apparire o entrare nello specchio/ dell’essenza, nella quale è presente una forte valenza ontologica. Nella seconda breve strofa della composizione il tu afferma che qui siamo affratellati nel sangue con la terra e la morte. Poetica mistica, dunque quella di Serino, la cui cifra essenziale è quella di una parola che scava in profondità per riportare alla luce l’essenza dell’esistere in tutte le sue sfaccettature.
Perché il titolo onnicomprensivo La vita nascosta? La risposta risiede nel fatto che nel mare magnum del nostro postmoderno occidentale l’umanità è alienata e vittima del consumismo e del mondo dell’avere che prevale su quello dell’essere su uno sfondo dove Dio è morto e i valori non esistono.
I poeti in generale, e tanto più Serino che oltre ad essere un poeta è un mistico, nel loro pensiero divergente, trovano la felicità in altri modi e la vita nascosta di cui ci parla il Nostro è una vita parallela a misura umana perché sottende l’atto di fede nell’esistenza dell’eternità e non la credenza nel nulla eterno foscoliano.
*
Raffaele Piazza


mercoledì 28 giugno 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = MAKSIM GOR'RKIJ

Maksim Gor’rkij – Minacciosi schiumano i flutti
Versi tra fine ‘800 e inizi ‘900
Fermenti Editrice – Roma – 2017 – pp. 94 - € 15.00

Nota a margine del curatore Paolo Galvagni


Maksim Gor’kij (“Massimo l’Amaro”, pseudonimo di Aleksej Maksimovic Peskov, 1868 – 1936) entra nella letteratura russa e sovietica come narratore. Da semplice giornalista di provincia diviene di colpo – accanto a Lev Tolstoj – il narratore russo più famoso del suo Paese. Il potere sovietico lo dipingerà come il più grande autore russo del suo tempo, padre del “realismo socialista”. Tuttavia testi poetici come “Il canto del Falco”, “Il canto della Procellaria”, “La fanciulla e la Morte” consentono di parlare di lui a pieno titolo anche come poeta. I versi sono una parte imprescindibile dell’opera di Maksim Gor’kij; egli si cimenta in vari generi: la poesia, la ballata, la canzone. “Io scrivo versi ogni giorno”, confessa egli nel 1933 al poeta russo Ivanov. In una delle prime poesie egli si definisce “poeta autodidatta”, che canta inni al futuro: “Non rimproverate la mia musa”. Molti dei suoi versi sono basati sull’ottimismo: la vittoria del principio vitale, del coraggio. “La fanciulla e la Morte” si conclude con l’immagine della Morte che “Costruisce instancabile, indefessa./ Le gioie d’Amore e la felicità della Vita”. Ne “Il canto del Falco” e ne “Il canto della Procellaria” gli elementi naturali (il mare, la tempesta) hanno un chiaro significato simbolico: alle nubi fosche si contrappone la potenza vittoriosa del sole; le forze creative vincono sul lato oscuro della vita, il pessimismo sull’ottimismo.

Gor’kij, narratore, drammaturgo, pubblicista e critico, anche nelle poesie riesce a dire la sua…

Riportiamo alcuni brani tratti dal testo:

…Non accogliete la mia musa
con negligenza e indifferenza;
in questa vita mala e sventurata
io canto inni al futuro
io nuoto, dietro di me
Minacciosi schiumano i flutti.
La via marina è ignota all’anima.
La lontananza è coperta dal manto del buio.

...La Morte taceva e i discorsi della fanciulla
Le struggevano le ossa col fuoco dell’invidia.
Ma il cuore della Morte cosa rivelava al mondo?
La Morte non è madre, ma donna, anche in lei
Il cuore è più forte dell’intelletto.
Nel cuore buio della morte ci sono germogli
Di compassione, d’ira e di malinconia.
A quanto lei amerà di più
A chi è punto nell’anima da perfida malinconia,
Con quanto amore di notte le sussurra
Della grande gioia della quiete!
“Ebbene, - disse la Morte –
sia il miracolo!
Ti concedo – vivi pure!
Ma io sarò accanto a te,
Sarò in eterno vicino all’Amore”…
*
PAOLO GALVANI


martedì 27 giugno 2017

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

“Specchio”
Il mio pensiero annega nel sogno
ed apre spazi indecisi
che il mistero riesce a dominare.
Non so piangere !
Non so trasformarle lacrime in versi
e versi in lacrime.
Guardo il silenzio del cielo nella notte
e in quel buio luminoso
riparo la fragile cura.
Un istante lontano potrebbe fiorire,
disperdendo i riflessi,
illudendo il ritmo degli spartiti,
l’ombra scheggiata nello specchio.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 19 giugno 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = ANTOLOGIA FERMENTI n° 11

"Inquiete indolenze" - antologia a cura di Raffaele Piazza . Ed. Fermenti 2017 - pagg.278 - € 22,00
Raffaele Piazza , con l'impegno ormai noto che lo distingue nel riferirsi alla poesia che oggi si affaccia timida nella ricerca culturale , ha riunito in volume alcune poesie scelte di diciotto autori . In rigoroso ordine alfabetico sono presenti : Giovanni Baldaccini , Franco Celenza , Bruno Conte , Antonino Contiliano , Gianluca Di Stefano , Edith Dzieduszcka , Marco Furia , Maria Lenti , Loris Maria Marchetti , Dario Passero, Anton Pasterius , Pietro Salmoiraghi, Italo Scotti , Antonio Spagnuolo , Liliana Ugolini , Silvia Venuti , Vinicio Verzieri , Giuseppe Vetromile . Per ciascun autore una breve scheda di presentazione , stilata con il garbo della della riflessione e dell'incipit critico, ed in riferimento al registro che l'inquietudine dei versi riesce a trasmettere fra le sensazioni musicali e visive della parola. Le voci si rincorrono armoniose per sobrietà di scoperta, nelle atmosfere multicolori che riescono a realizzare un panorama abbastanza ricco , in questo momento esistenziale così torturato e complesso. La poesia continua a sorprenderci anche nella illusione del tempo.
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 18 giugno 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = MAURO DE MARIA

Mauro De Maria, “Beatritz”, Book Editore, 2017, con una nota critica di Giuseppe Marchetti.

Ci sono libri di versi che si aprono fiduciosi al nostro sguardo, che se ci vedono indugiare smarriti ci offrono immediatamente delle tracce, degli indizi, tali da permetterci di proseguire agevolmente la lettura. Ci sono al contrario volumi di poesia più ostici e oscuri, quasi arroccati; la loro parziale impenetrabilità ci tiene un poco in disparte e però, proprio per i segreti che sembrano gelosamente custodire, allo stesso tempo fortemente ci attirano.
Di fronte al primo tipo di libro dobbiamo evitare di scivolare fra le pagine, di credere che la lettura sia facile (troppo facile); nel secondo caso dobbiamo invece evitare di arrenderci presto (troppo presto), di abbandonare subito il campo, di non accettare la sfida.
Le raccolte di versi di Mauro De Maria, sia il primo e precedente “Trame e orditi” sia, soprattutto, l’attuale “Beatritz” (entrambi pubblicati da Book Editore), hanno l’aspetto di una fortezza compatta, dove i pieni prevalgono sui vuoti, dove non si scorgono comode vie di accesso. Allora bisogna prendere tempo, girare pazientemente attorno ai suoi recinti finché, come premio della nostra costanza, all’improvviso si spalanca una porticina che ci invita ad entrare.
Una volta dentro, scenari e paesaggi radicalmente mutano. Ci si trova proiettati e immersi nel medioevo prezioso e incantato dell’amor cortese, dei trovatori e dello Stilnovo. Nella “Nota a margine” l’autore di questo libro davvero originale, insolito e sostenuto da notevoli maestria e abilità stilistica, precisa: “Beatritz si configura come una riproposizione, il più possibile personale, dell’idealizzazione della donna amata e della sua trasformazione in una sorta di figura angelicata. Al contempo abbondano nel testo dichiarazioni di fede nell’arte e nella poesia che divengono elementi di potenziale superamento del tempo e si delineano come un credo parallelo a quello della donna trasformata in elemento divino”.
Beatritz è la principale, quasi assoluta protagonista. Evitiamo qui di inoltrarci e di lasciarci irretire dal labirinto di citazioni e riferimenti colti, limitandoci a segnalare, per il momento, che le poesie (cinquanta, più un incipit e un congedo) formano una coesa collana di versi dove la parola conclusiva di ogni singola composizione diviene quella iniziale della successiva. Giustamente il critico Giuseppe Marchetti, nella sua Nota conclusiva, sottolinea che l’opera di De Maria è “una conversazione ininterrotta con l’oggetto amato”.
L’amore di cui nel libro si parla è fondato sulla gentilezza d’animo e dei modi; è casto e spirituale. Tra innamorato e amata si frappone una distanza incolmabile, ad ogni slancio in avanti del primo segue uno spontaneo retrocedere della seconda. E questa impossibilità di raggiungersi, di sfiorarsi, di toccarsi, genera contemporaneamente sofferenza e desiderio. L’incontro è perennemente rinviato e procrastinato, il tempo dell’attesa si dilata a dismisura; “la compenetrazione di due corpi” e la fusione di “due esistenze” si rivelano mete impossibili. Lui (“il vinto trovatore”) e lei (la “dama irraggiungibile”) si muovono all’unisono e in maniera sincronica, mantenendo inalterata la loro distanza. Non esistono varchi e scorciatoie, esiste invece un “flusso d’amore / che migra verso te ogni giorno / varcando le colline / e di notte riporta tue notizie / avanti e indietro senza posa”.
Al poeta non resta che tradurre in versi questo amore sfolgorante e sfuggente, intenso e negato; alla poesia spetta la magia di farlo vivere in parole e di renderlo memorabile: “Guardare la tua vita a me negata / ha mutato i miei tremuli silenzi / in parole posate sulla carta / nella fragile attesa che i tuoi occhi / guidassero nei solchi della stampa / anche il tuo cuore che il mio sempre scarta”.
*
Giancarlo Baroni

venerdì 16 giugno 2017

Napoli teatro festival - un evento che segna nel tempo la ricerca poetica -


Dal 14 al 24 giugno 2017, inizio ore 19
Poeti di oggi e del passato a Villa Pignatelli (Napoli - Riviera di Chiaia)
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Io e tu / Pagine nascoste
Sezione Letteratura e Cinema del Napoli Teatro Festival Italia
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Io e tu: sono i due pronomi dei poeti.
L’io che scava in se stesso, come volesse arrivare al centro della terra.
Il tu che si cerca, sporgendosi verso l’altro: amandolo, lasciandolo, anelandolo. Il tu che appare e scompare, come la passante di Baudelaire. O come il tu snodabile e plurimo, ma pur sempre uno, di Montale.
Nella loro relazione, io e tu s’inarcano nel ponte del noi.
Io e tu: è il titolo di una rassegna che nasce in contiguità con il teatro.
È la poesia la pratica letteraria più vicina a quella del teatro.
È la poesia che non ha mai abbandonato il rapporto con l’oralità.
Sono spesso i poeti a ricordare la necessità di essere accoglienti con chi è fuori di noi.
Ecco dunque dieci incontri, nati dal desiderio di fare un cerchio, prima che il sole tramonti, e di abitarlo bene.
Ci sono attori che amano poeti e se ne fanno palcoscenico vocale. Ci sono poeti che dialogano con altri poeti.
E ci sono voci che dalla parola parlata sanno trasbordare nel canto, come in una risalita verso l’origine.
E ci sono jam session poetiche. Si ascolteranno parole dal vivo e si potranno vedere film che raccontano storie di poeti del passato. E ci sarà anche una libreria interamente dedicata alla poesia.
Il tutto è accolto da Villa Pignatelli, la quale per dieci giorni sarà una vera e propria casa della poesia.
Come anni fa si trasformava nella casa della musica da camera, lasciando che il pubblico potesse con libertà frequentare le prove. A quel modello s’ispira deliberatamente Io e tu.

Agli incontri con i poeti d’oggi si accosteranno storie di poeti del passato, raccontate in alcuni cortometraggi, messi a disposizione dal Festivaletteratura di Mantova e Cine Agenzia.
È un work in progress. Versi che contengono altri versi. Tracciati di esperienze. Film.
Pagine nascoste. Titoli e pellicole che è molto difficile trovare nelle consuete sale cinematografiche.

Silvio Perrella

martedì 13 giugno 2017

RIVISTA = FERMENTI 245

Rivista “Fermenti” 245
Considerazione su poesie facenti parte del n. 245 (2017) di “Fermenti”.

- Poesia -

Ricco per numero di pagine e con un sommario articolato il numero 245 di “Fermenti”, rivista a carattere culturale, informativo, d’attualità e costume, diretta da Velio Carratoni,
In questa sede ci soffermiamo sulla sezione poesia, in particolare su “Le insegne non radiose” di Domenico Cara, “L’esperienza” di Ariodante Marianni, “Hai negli occhi il fulmine d’autunno” di Antonio Spagnuolo, “Extravaganti indignazioni” di Eleonora Bellini e “Il libro d’Ismaele” di Mauro Ferrari.

“Le insegne non radiose” è costituita da trentaquattro componimenti in massima parte brevi ed eterogenei per quanto riguarda le tematiche affrontate. Con questa sequenza Domenico Cara, studioso d’arte e di letteratura, editore e giornalista, conferma la cifra essenziale della sua poetica che è intellettualistica nella sua originalità, del tutto antilirica e fondata sulla riflessione.
A livello formale si registra un controllo in tutte le composizioni risolte nella loro compattezza. Nella raccolta si evince un pessimismo a partire dal titolo, scetticismo mitigato da una raffinata ironia e da un sottile psicologismo.
La scrittura è avvertita e ben cesellata. I versi procedono per accumulo nello sgorgare le immagini le une dalle altre. Si realizza un tono epigrammatico e gnomico nelle strofe in ininterrotta sequenza.
Le poesie hanno un carattere didascalico e lo stile è spesso anarchico, tendente all’alogico. S’inverano magia e sospensione in questi lavori che possiedono una forte densità semantica, metaforica e sinestesica.
Non mancano, nel tessuto linguistico, permeato da accensioni e spegnimenti, splendidi squarci naturalistici molto rarefatti. Visionarietà e magia sono presenti nel creare un’atmosfera di forte onirismo purgatoriale. Dominano armonia e musicalità arcane raggiunte attraverso il ritmo cadenzato e sincopato.
In ogni incipit i versi decollano sulla pagina per planare dolcemente nelle chiuse.
Alcune poesie esemplificano in versi concetti: questo avviene, per esempio, in quelle intitolate Turbamento, Allegoria quotidiana, Il pittoresco e Fermento. Altri testi hanno per nucleo di fondo le icone di animali e specie vegetali viste in modo sempre intellettualizzato.
Un cosciente esercizio di conoscenza quello di Cara nella serie composita e articolata architettonicamente.
“L’esperienza” di Ariodante Marianni, nato a Napoli, già segretario di Giuseppe Ungaretti, è costituita da tre poesie elegantemente risolte, che fanno parte di liriche inedite, composte probabilmente ai primi anni del duemila.
Tema centrale nei suddetti componimenti è quello del dolore che può essere superato attraverso la ricerca della felicità, tentativo raggiungibile, che non rimane una chimera. Secondo Marianni, che era ossessionato dal tema del labirinto nel suo poiein, la felicità ci è dovuta e può accadere.
Nella prima poesia, la più estesa, mentre il poeta pensa di stringere in pugno i bisogni dell’anima, s’imbatte in un giornale nel quale legge notizie di rapine, uccisioni, violenze, corruzioni e molti annunci economici.
La triste quotidianità degli articoli di cronaca, letti sul giornale stesso, ha per antidoto la pienezza della mente attraverso la poesia, il vivere poeticamente ogni momento come diceva Borges.
Nel vocio di alcune donne il poeta capta l’augurio per se stesso che una parte almeno del cammino che l’attende sia di calma, di fortezza e amore.
La terza poesia è contrassegnata da evocazioni suggestive di Roma e della sua storia attraverso l’immagine di un carretto evocatore di fascino, guidato da un cocchiere, che corre colmo, traboccante di carbone sui sampietrini.
Le composizioni, senza titolo, presentano il numero dal quale sono contrassegnate. Nella maniera affabulante e narrativa di Ariodante ritroviamo chiarezza insieme alla luminosità del dettato.
“Hai negli occhi il fulmine d’autunno” di Antonio Spagnuolo, nato a Napoli, inserito in molte antologie e che ha pubblicato numerosi volumi poetici, molti dei quali premiati, è una sequenza costituita da sette componimenti corposi. In essi anche i versi lunghi sono ben controllati. Nella silloge riemerge il tema delle recenti raccolte dell’autore, quello del trapasso della sua amatissima compagna di vita e del suo relazionarsi con lei che continua nell’immaginario rievocativo.
Da notare che Spagnuolo, pur soffermandosi sempre sullo stesso argomento, realizza un repertorio di variazioni che sembra inesauribile.
Il “tu” al quale il poeta si rivolge è proprio la consorte, nella sua presenza – assenza, della quale sono detti anche elementi fisici. Questi creano atmosfere erotiche, nei versi raffinati e ben cesellati, dove dominano metafore e sinestesie folgoranti.
In un componimento viene svelato il nome di Elena, che penetra nel sangue del poeta.
Nei testi si delinea un lavoro suggestivo, tramite architetture testuali che hanno qualcosa di barocco.
L’autore prova un forte struggimento per il silenzio della compagna che non profferisce “ti amo” quando il labbro rimane serrato.
Si realizza uno scatto e uno scarto memoriale che non è nostalgia, ma tentativo di una riattualizzazione dei momenti caratterizzati da un’immensa attesa sottesa all’amore. Solo con la poesia si può raggiungere la suddetta condizione e Spagnuolo ne è pienamente conscio.
Nei testi, paragonabili a partiture musicali articolate, emerge una liricità tormentata.
Il dolore e l’ansia sono controllati e sono evocati eros e pathos nel desiderio del poeta che la moglie non sia morta. L’angustia diviene produttiva e catartica nei versi ben controllati e cesellati.
Nel fluire icastico dei sintagmi si realizzano continue analogie e straniamenti che creano atmosfere di un’atemporale magia, che diventano varchi salvifici.
In “Extravaganti indignazioni”, breve silloge costituita dai componimenti L’illuminazione della biblioteca, La manutenzione e Il ringhio, Eleonora Bellini, poetessa e scrittrice, ispiratrice e dedicatoria del volume Un amore senile, di Ariodante Marianni, realizza una poetica nello stesso tempo vaga e inquietante nel serpeggiare del tema della morte e del suo senso, connesso esplicitamente a quello del male.
Si tratta di un fare poesia descrittivo nella sua vena sarcastica e lo stile è caratterizzato da chiarezza e narratività.
L’illuminazione della biblioteca è una composizione originalissima per il suo tono affabulante, permeata spesso da nonsense, che si potrebbe definire un racconto in versi.
C’è nella rappresentazione della nuova illuminazione della biblioteca stessa una ricerca dei particolari più minuziosi e si evince dal discorso che l’autrice rimpiange la precedente illuminazione. Questa diviene simbolo di una storia migliore, di un passato nel quale la stessa luce diveniva metafora della pienezza.
Quelle prodotte dalla Bellini nei testi in questione, come dal titolo, sono immagini stravaganti. L’indignazione si coglie nell’incipit del suddetto componimento, mista a dolore, quando la poeta afferma che l’illuminazione della biblioteca stessa fu affidata ad un imbecille. Qui viene trattato il tema del lavoro congiunto con quello spinoso della meritocrazia, perché è detto che lo sprovveduto mai avrebbe potuto degnamente illuminare piazze, incroci, sale consiliari e uffici di manager.
Gli fu affidato l’incarico forse per motivi clientelari. E qui il discorso si fa originalissimo perché è trattato il tema economico nel privato, che si riflette nel pubblico.
C’è cinismo e dissacrazione nei versi della Bellini quando afferma che le lunghe lampade usate sarebbero state più intonate agli obitori, nelle sale d’autopsia, negli hangar, nei depositi bagagli e forse anche nei magazzini dei prosciutti di Parma.
Così Eleonora produce sensazioni e atmosfere di tipo kafkiano, inquietanti e misteriose, nonché surreali.
Tinte grottesche e quasi macabre e cimiteriali si ritrovano in La manutenzione. In essa si parla della manutenzione stessa di un futuro cadavere (espressione intrigante, ambigua e paradossale) con vari riferimenti alla corporeità. Infatti viene manifestato il fitness come rimedio e come alimentazione acqua in abbondanza, verdura e frutta secca e anche cosmetici per le rughe (creme e riempitivi), gel intorno agli occhi e infine a tutto il corpo massaggi d’Oriente sopra i prati.
Nelle due strofe finali del suddetto componimento l’autrice si chiede se si può dilatare il tempo e assaporarlo come si fa coi bei pensieri consegnati ai più riposti segreti della mente. Nel distico che chiude il componimento la Bellini risponde pessimisticamente alla suddetta domanda, affermando che la vita è breve e conviene ingurgitarla.
Nel componimento più breve, Il ringhio, emergono descrizioni sconcertanti nella loro icasticità. Si parla di una prima cittadina che, oltre a lanciare un ringhio, con la bocca, vorrebbe anche morsicare.
Ella, in un sogno ad occhi aperti, se la prende, sputando ingiurie, contro imprecisati volumi allineati. A tali imprecazioni risponde il silenzio misterioso dei personaggi dei libri e poi un volume, una raccolta di leggi, in un’atmosfera irreale, le plana sul capo, quasi animato da un meccanismo, una forza oscura.
Una crudezza di toni permea le poesie della Bellini anche nella chiusa del suddetto componimento, quando la prima cittadina tace attonita, non tanto per la temeraria impudenza di quel libro, ma per avere inghiottito un dente.
Nelle descrizioni di Eleonora, nell’enuclearsi del peggio possibile, è presente un forte controllo formale e la materia, sempre incandescente, non si apre mai alla mera disperazione, grazie all’ingrediente dell’ironia.
“Il libro di Ismaele” di Mauro Ferrari, nato a Novi Ligure, direttore di Puntoacapo, dell’Almanacco Punto della Poesia italiana e della Biennale di poesia d’Alessandria, è una serie strutturata in sette poesie.
C’è da evidenziare che nell’Antico Testamento biblico Ismaele è il figlio di Abramo e della schiava Agar e che Sara, moglie di Abramo, s’ingelosisce vedendo giocare Ismaele bambino con Isacco, suo figlio.
Nel racconto biblico Dio disse ad Abramo che dallo stesso Ismaele sarebbe nata una grande stirpe.
Ferrari, rifacendosi alla Bibbia, nel primo componimento, che sembra fare da prologo, afferma che Ismaele era tornato, aggrappato al suo nulla per galleggiare, quasi morto senza aver vissuto, avendo schivato rischi ed errori.
Ismaele è conscio di essere lui il predestinato nel raccontare quella vera storia essendo alla ricerca della sua identità come se dovessero definirla gli altri. Vuole farsi raccontare chi era, andando per il mondo.
I versi di Mauro, connotati da magia e sospensione, creano atmosfere vaghe, essendo colme di un’armonia rarefatta. Negli altri sei componimenti è stabile quasi sempre la presenza di un “tu” al quale il poeta si rivolge, presenza che, presumibilmente, è Ismaele stesso nella sua misteriosa ricerca di pace e di salvezza.
Affabulante è la poetica del Nostro in queste composizioni a volte chiare, nitide e luminose, nelle quali c’è una forte dose di narratività, che potrebbero essere definite di prosa poetica.
Sembra che in ogni attimo, nel dipanarsi della scrittura, la voce del poeta si metta in relazione con Ismaele stesso, uomo eletto, per rasserenarlo, tranquillizzarlo e per trarlo in salvo dai pericoli:-“…/un braccio teso può salvare, trarti via//”.
Lo stile è sinuoso e avvertito e la forma controllatissima e in alcuni passaggi il tono si fa quasi iniziatico:-“/E poi considera: non sai/ in fondo, che abbraccio vai cercando/ e quale voce ti darà la voce; che fine/ per i tuoi troppi inizi. Se guardi/ in basso vedi le offese/ di chi ha percorso questa stessa ascesa:/…”.
Nei suddetti sintagmi in un’aura magica ci si rivolge con urgenza proprio a Ismaele che poi sale per la massima pendenza, senza smuovere un sasso, come se non avesse impronte.
La trama, nella sua visionarietà, si può considerare di qualità, anche per la sua originalità e ricerca umana biblica. Quello che emerge, nonostante le tante difficoltà che incontra il protagonista, è una vena di ottimismo perché il personaggio veterotestamentario non soccombe ma trova alla fine la vittoria.
Infatti, non a caso, nell’ultima delle poesie di quello che potrebbe essere considerato un poemetto, Ismaele riferisce a genti amiche di come fu salvato, lui, che avrebbe avuto vita e dimora duratura.
*
Raffaele Piazza









lunedì 12 giugno 2017

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

“Palpebre”
Ho gli occhi di mio padre , le palpebre socchiuse
nel crepuscolo grigio che si increspa,
un’opaca dolcezza che a volte seduce
a volte bruscamente cancella una carezza.
Superato i suoi anni ora conosco la cenere
che annulla i profili e fuori dell’ora
rende inaudibili le sillabe a fior di labbra.
Tranne i colpi che a tanto caro sangue
segnava nei suoi tratti nulla rimane
e ancora la candela consumata
rifiuta le preghiere indiscrete.
*
Antonio Spagnuolo

domenica 4 giugno 2017

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Alessia incinta a 16 anni"

Si ridesta Alessia ragazza dal sonno
senza coperte e pensa e si aggrappa
a un sogno. Poi nuda allo specchio
intravede del ventre la rotondità
(sono incinta a 16 anni). Lo sa solo
Giovanni che possiede € 200 e io
nulla. I genitori non lo sanno.
Piange Alessia lacrime salate
a giungerle alla bocca nel sapore.
(Mi faccio ammazzare ma il bambino
nascerà).
Squilla il telefono ed è Giovanni
(Non ti lascio Ale non temere!!!
Sono presto a casa tua!!!).
Il fazzoletto bianco per Alessia
a contare gli attimi.
*

"Alessia conta le stelle"

Lo spazio scenico è il Parco
Virgiliano. Notte. Il cielo è
infiorato da stelle – rose a
sbocciare in luce ad alonare
di Alessia del sorriso la forma.
Estasi mistica nell’accadere
del realizzarsi dei desideri di
ragazza Alessia. Squilla il
telefonino e lui dice: ti amo!!!
Ansia a stellare Alessia nel
lucore rarefatto e la casa
non è lontana. Attimi disadorni
poi scopre la luna Alessia
e pensa che le sono venute.
*

"Alessia si abbronza al sole"

Sapore di sale per Alessia
dopo di mare il bagno a Torregaveta.
Imminenza di spiaggia
per ragazza Alessia in due pezzi
ad abbronzarsi. Il sole è diventato
un rosso dischetto nel tempo
meridiano di un giugno che mantiene
le promesse di caldo e luce.
Bionda Alessia con occhi azzurri
la pelle a farsi scura senza intervento
di persona. (Così gli piacerò di più)
pensa Alessia nel rinfrescarsi
al vento.
*

"Alessia e la pace"

Il lago nell’anima di Alessia,
di aprile acque fresche a tessere
una freddezza nuova. Attimi
stellanti e lentamente sul suo
bordo liquido Alessia ragazza
una candela accende dove
era già venuta in settembre
a bere la luce velata di momenti
di platino e d’aurora. Attesa.
La pace si distende in di Alessia
l’anima sinuosa e infinita.
La trova nella sua fotografia
con la scritta Ad Alessia per la
vita. E sarà una bella vita pensa
Alessia dopo 3 esami all’università
e quelli dell’esistere.
*

"Alessia e il rossetto"

Labbra baciate di Alessia
ieri da Giovanni. Adesso
ragazza Alessia le tocca
e pensa (è stato qui).
Poi sparge il rossetto
pari a fragola, la tinta
dell’anima e nello specchio
si guarda Alessia come
una donna (sedici anni
come sedici fiorite rose).
A poco a poco spedisce
il bacio ragazza Alessia
e per gioco toccano
della vita la sorgente
*

"Alessia attende luglio"

Sera di giugno nel campo
di grano profano per ragazza
Alessia al colmo della grazia
a fare secondo natura l’amore.
Attende luglio rosa vestita
per la vita nel chiaroscuro
lunare di un cielo che gioca
a entrare negli occhi e all’anima
giungere dove era già stata
la gioia di altra luce.
Poi si disperde un jet tra
le nuvole e attende il viaggio
Alessia.
*

"Alessia nella Villa Comunale"

Sinfonia di vento fresco
a raggiungere di Alessia
di 18 grammi l’anima.
Ore 20 a Napoli nella Villa
Comunale tra alberi centenari
e quelli nuovi in un soffio
di pioggia dove ragazza Alessia
era già venuta sette anni fa.
E i cani al guinzaglio e quelli
sciolti tra senza nome le piante
e nel cuore per Alessia una
poesia.
Vede la Villa Comunale
ancora esiste.
*
"Alessia libera nel suo film"


Fiumi d’inchiostra per Alessia
nei diari assiepati sulle mensole;
il tempo attende la disadorna
via serale. Libera entra Alessia
nel suo film ragazza a vivere
una vita parallela di preghiera
per l’amore profano e duale.
Una scena nel film (Alessia
a fare l’amore nel campo di grano).
Giovanni giunge in auto
verde petrolio e la bacia sulla
bocca di parole (fiore, cuore,
amore).
*

Raffaele Piazza

sabato 3 giugno 2017

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

“Futuro”
Mi curvo a scrutare il futuro,
un futuro che non concede speranze,
perché ha le notti interrotte dall’insonnia.
Fra queste quattro mura , sempre eguali ,
dove il fruscio delle tue cosce rompeva il tempo,
vado scorrendo le ore senza più pazienza
e interrompo preghiere poco fedeli
perché non credo agli incanti , arruffati
all’antico genio delle crepe.
Cerchio perpetuo che non riesce a fermarsi,
segnato dall’avvicendarsi del ricordo,
e rompe nel mio petto ad una ad una le costole
con i silenzi rimbalzo alle pareti.
*
ANTONIO SPAGNUOLO
**
Riceviamo e pubblichiamo : ---Caro Antonio, in questa poesia trovo (sento) la tua più forte vibrazione esistenziale. In cui la speranza si coniuga con la consapevolezza dei limiti assegnati dalla storia e dal tempo. Versi autentici, fini , sino alla sofferenza per non potere decidere dove e quando. Versi di grande sentimento della mancanza della persona amata, che amplifica il senso di vuoto che include l'io poetico alle scadenze inesorabili dell'umana vicenda.
Caro Antonio, questa è vera poesia. Un abbraccio

Ottavio Rossani -----

giovedì 1 giugno 2017

RIVISTA = NUOVO CONTRAPPUNTO

NUOVO CONTRAPPUNTO -- anno XXVI - gennaio marzo 2017 -
Sommario :
Elio Andriuoli : Ad Aurelio Valesi , Ad Archiloco
Silvano Demarchi : A Maiorca , Gli usignoli di Samotracia
Guido Zavanone : Tastiere , Verrò fuori di nuovo
Giuseppe Cassinelli : A Elena Bono pensando una sua lirica
Lucio Pisani : La cosa più bella , Tendono alla chiarità le cose oscure
Luigi De Rosa:Approdo in Liguria , Perché tanto splendore?
Enrico Rovegno : Parole nella sera
Bruno Bartoletti : Un angelo caduto , Dove sei ? , Solo un segno
Tiziana Monari : Gino (dedicata) , Sulla rotta di Mordor
- Opera grafica di Remo Abelardo Borzini
- Recensioni a firma di Elio Andriuoli , Luigi Reina, Franca Alaimo

martedì 30 maggio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = FELICE SERINO

FELICE SERINO : “ LA VITA NASCOSTA” - Ed. Il mio libro – 2017- pagg. 368 - € 22,00 ----
Con una propria narrazione pacata e teneramente cucita Felice Serino (1941) riesce a realizzare volumi di poesia concepiti nel ritmo musicale corposo e ricco di sfumature , validamente sostenuto dalla sua intaccabile coagulabilità di autodidatta. Poesie scritte tra il 2014 e il 2017 , e qui sciorinate in capitoli : “trasfigurati aneliti” , “nell’infinito di noi” , “lo sguardo velato”, colmi di partecipazioni oniriche , di illusioni visive , di fragili vertigini, di aneliti di infinito , di vaghe chimere , di indicibili essenze.
“Ha un titolo davvero bello – scrive Giovanni Perri in prefazione – la silloge che il poeta mette in stampa affinché ci colga da subito pienezza e fragilità di un canto da cui discendere , o salire appunto, nel medesimo barbaglio, in un solo grande abbraccio di luce a raccoglierci, a definirci : scintilla interminabile di occhi inconclusi eppure trattenuto nella stessa ferita, nella stessa livida vitalità.”
Un tipo di poesia che fa leva sugli occhi, sulle capacità visive policromatiche degli occhi, questo organo della vista che ci permette di vedere, a volte, cose inaudite se accompagnato e potenziato dalla immaginazione. In questa poesia, da un semplice atto di osservazione, l’autore ricostruisce tutto un universo di sensazioni, di percezioni, di idee che altrimenti sarebbero rimaste nel buio del non-detto. Con la freschezza degli spazi precisi e centrati , con la tensione condivisa e affascinante degli incantamenti, Felice Serino ripropone i suoi esperimenti stilistico formali, ricchi di figure retoriche di armoniose e ampie declinazioni, mostrando le possibilità che la parola , povera e sussurrata , scopre nel fermarsi e fuggire, con levigatezza e nitore. L’alba e il tramonto, la primavera e l’autunno , l’amore e la morte , le vele e i sussulti , le nudità e i tumulti , vanno oltre il ripiegamento solipsistico, ove la superficie della tela ha la ricchezza di sinestesie e di nascondimenti coloristici, quasi a suggerire toni e controcanti in emblemi e stilemi.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

lunedì 29 maggio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = FRANCESCA LO BUE

FRANCESCA LO BUE : "Itinerari" - ed. Soc. Editrice Dante Alighieri - 2017 - pagg.152 - € 8,00
"Itinerarios" , indica il titolo del libro , una traduzione a fronte in spagnolo rende ricche di luminosità queste pagine di tenera poesia , di plastica misura. Il viaggio che l'autrice propone è un lungo intrattenersi tra improvvise visioni di paesaggi colorati , di sogni inseguiti con il cuore fragile e pure insaziabile , di parole sussurrate per rompere i silenzi , di azzurre carezze che il vento sospinge verso lampade sgargianti, di remote rappresentazioni nel groviglio del labirinto , di languidi abbandoni all'oblio inciso nell'orizzonte. I luoghi simbolici hanno particolare concretezza nelle cornici scheggiate della visibilità , con attento rigore lessicale e metrico, che sostiene un ritmo musicale per originali risultati. L'orditura procede per unità a concentrazioni variabili , dove i versi sono a volta brevi , a volta polifonici , ricchi di sostantivi e di verbi tenuti insieme da una ricercata articolazione. Ancora una volta la poesia procede con sostenuta musicalità tra un'ombra estetica ed una luce che rivela l'innocenza del sensibile. Non tradisce Francesca Lo Bue il suo nutrito bagaglio culturale , che ha maturato tra gli studi compiuti in Argentina e gli approfondimenti raggiunti a " La Sapienza" di Roma, curando egregiamente studi letterari sia in italiano che in lingua spagnola.
*
ANTONIO SPAGNUOLO

domenica 28 maggio 2017

POESIA = ANTONIO SPAGNUOLO

“A sera”
Ascolta !
Ascolta !
Ascolta !
Il rintocco delle campane ha sempre l’eco
delle tue parole,
delle tue parole sussurrate in penombre vespertine,
delle tue parole incise nel mio ricordo
per incendiare convulsioni improvvise .
A sera il vuoto ha bracciate insicure:
il richiamo insistente del tuo profilo sbiadito,
confuso ancora una volta a quei frammenti
che la memoria vagheggia, confonde i polpastrelli,
per lunghe nostalgie tra le mura.
Il fruscio ha luci tremolanti , e dilegua
all’assordante suono di campane.
*
"DISTANZE"
All'orizzonte naufrago per simboli
per distanze di ore
incenerito al colore dei tuoi occhi
dove muore il torpore dell'inganno.
Manca alla mia tristezza il gioco
delle mattine di giugno
quasi inganno aggiogato all'illusione
di nuove pantomime , di carezze
che non hanno più pelle.
Sei fiume del tempo nell'incastro
di figure per ombre.
*

ANTONIO SPAGNUOLO

sabato 27 maggio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI= GEMMA FORTI

Gemma Forti – “Spille da balia - Punte di diamante” - (Poesie 2013 – 2016)
Fermenti Editrice – Roma – 2017 – pag. 105 - € 16,00

Gemma Forti, poetessa e scrittrice, vive a Roma dove è nata. Ha pubblicato per la poesia: Zeffiro cortese (1996), Finestra in alto (1997), Gli occhi della genziana (2000), Candidi asfodeli vezzose ortiche (2004), Zeero (2007), Il pollice smaltato (2013). Per la narrativa è autrice di: La casta pelle della luna (2002), Ruvido lago (2010), e numerosi racconti.
“Spille da balia - Punte di diamante”, raccolta prefata da Marcello Carlino, presenta in copertina un’immagine policroma di Bruno Conte. Questa si può considerare un collage, raffigurando una mano ed un aereo stilizzato. Lo stesso aereo, che pare ricavato da un foglio di quotidiano con le sue scritte, pare planare sulla mano stessa colpendola con la sua punta.
All’interno il libro è illustrato da icone in bianco e nero dello stesso artista vagamente figurative, magiche ed evocative. Il testo è scandito in sei sezioni: “Vox, Vento di scirocco, Punte di diamante, Il colletto bianco, Arcadiette e d’intorni e Forse”.
A livello tematico si deve sottolineare che la maggior parte dei testi hanno un carattere civile, toccando argomenti politici e sociali e anche fatti di cronaca e costume. Altri componimenti riguardano la sfera dell’interiorità e sono vagamente neo lirici.
Si può considerare questo libro, per quanto riguarda la struttura e i contenuti, in continuum con quella precedente “Il pollice smaltato”, che pure contiene opere pittoriche di Bruno.
Per la forma delle composizioni la poetica dell’autrice si può vagamente considerare visuale a causa della disposizione sulla pagina dei versi. Questi presentano caratteri di dimensioni varie e tipi dei caratteri stessi eterogenei. Infatti si alternano lo standard, il corsivo e il neretto nei sintagmi e nelle strofe che si susseguono con un ritmo sincopato che crea una suadente musicalità.
La suddetta forma si coglie pienamente nell’affascinante connubio tra le poesie e le figure di Conte. Tra esse esiste una relazione che crea un senso di mistero e di vaghezza nella sinergia dei livelli espressivi.
Quindi Gemma riesce a produrre una struttura permeata da un affascinante sperimentalismo, unico nel nostro panorama, che si realizza anche nelle linee in inglese con effetti intriganti. Inoltre, nel suo insieme il libro è bene costruito architettonicamente e anche in maniera composita. Tutti i componimenti sono centrati sulla pagina, elemento che ne accentua l’icasticità.
Comune denominatore delle composizioni è quello di un dettato connotato da nitore, chiarezza e immediatezza e i righi spesso sono brevissimi. Sono costituiti anche da una o due parole, elemento che accentua le suggestioni dei tessuti linguistici.
Ogni singola poesia può considerarsi come un poemetto autonomo, una sequenza non irrelata con le altre.
A volte la Forti utilizza parole del gergo fumettistico come splash o crash. In altri casi nel versificare inserisce riferimenti intellettualistici come la stringa “squarcia il velo/ del pensiero unico/ orizzontale/” che fa parte di Great Wall, prima poesia del volume nella scansione Vox. In essa, dopo l’incipit ridondante “Down down/ giù giù/ Great Wall/ giù giù”, si prosegue con una originale descrizione della storia recente riguardante la caduta del Muro di Berlino nel 1989, evento centrale nei fatti della fine del comunismo dell’URSS.
Insieme alla falla aperta nel muro, episodio epocale, si realizza un invito alla speranza, nell’aprire ad essa i cuori: si gioisce, ci si abbraccia, si canta e si balla con gli altri che divengono amico, amica e sorella mentre s’inneggia alla vittoria che è quella della libertà.
Eppure nella terza parte di Great Wall, in un’atmosfera che potremmo definire di gelo, astratta, da sola si erge una prima pietra, poi una seconda e poi una terza. Così a poco a poco si costruisce una muraglia che si staglia immensa, più alta, più grande di quella appena abbattuta. Quindi, pur rimanendo nel vago, la poesia ha una fine pessimistica con il realizzarsi imprecisato di una nuova barriera fisica ed ideologica, visibile ed invisibile.
Altre sequenze civili sono quella sull’omicidio di Pasolini e quella nella quale vengono dette con cruda efficacia le atrocità del terrorismo dei nostri giorni dell’Isis.
Completamente diverso il tono e gli argomenti nella parte eponima Punte di diamante. In quest’ultima, in “Cosmogonia”, c’è un tu al quale l’io – poetante si rivolge, una bambina della quale ogni riferimento resta taciuto.
Ella, nelle sere estive cariche di fascino, osserva con occhi smarriti e stupiti la volta celeste illuminata da miriadi di punte di diamante, le stelle. In quella che sembra una narrazione per l’infanzia è detto che la piccola ascoltava col fiato corto le sciocchezze del nonno sulle costellazioni. Nella sua ingenuità, si alzava in piedi sulla sedia nella speranza di afferrare quei lumi. Ma inesorabilmente più saliva in alto più aumentava la distanza tra lei e gli astri stessi. Queste vicende vengono descritte in una maniera ludica e intrisa di dolcezza.
A proposito del discorso cosmico si parla in “Cosmogonia” di stelle polari e comete e viene citato il “Cantico delle creature” di San Francesco. Qui si fa riferimento in modo intrigante anche al pianeta Kepler che secondo la NASA è a 500 anni luce dalla terra e nel quale forse c’è vita. Nel finale viene menzionato l’universo infinito dove abitiamo in un pianetino sperso tra miliardi di altri per un gioco del caso, ma anche della necessità.
Molto alta nella sezione Forse la poesia Amistà sull’amicizia che viene paragonata ad acqua sorgiva che sgorga pura dalla vetta alta del monte. Al componimento sono associate varie massime profonde di filosofi e scrittori sul tema dell’amicizia stessa.
Il poiein, nella sua unicità, è assertivo e non manca una vena gnomica che si mescola a ironia e sarcasmo.
Andando controcorrente Gemma Forti nelle ultime raccolte produce una poesia impegnata, di attualità, toccando anche il fatto di cronaca dei recenti sismi che hanno devastato l’Italia. Compone con maestria ed equilibrio una sintesi in versi di fatti sia storici che di fantasia.
Il discorso realizzato dall’autrice è intriso di bellezza ed eleganza, alto e sempre ben controllato, nella sua vena affabulante e nitida, luminosa e leggera.
Così, ancora una volta, la poeta conferma la sua piena consapevolezza e coscienza di intenti. Essi si inverano nei versi luminosi che procedono per accumulo e, spesso, in ininterrotta sequenza, piacevoli alla lettura nell’affondare nella pagina.
*
Raffaele Piazza

giovedì 25 maggio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = MARISA PAPA RUGGIERO

MARISA PAPA RUGGIERO : “ JOCHANAAN” – Ed. Giuliano Ladolfi - 2015 – pagg. 54 - € 10,00
Il passo che Marisa Papa Ruggiero intraprende in queste liriche, tutte senza titolo e quasi fuse in un ritmato poemetto , è un passo sostenuto , un passo di ferro , un passo marziale , attraverso il quale e con il quale la parola diventa corrispondenza suprema di ricerca , quale irruente proiezione del non dicibile , vuoi per il non detto , vuoi per lo smarrimento che il segno ricuce nel subconscio. Ella si muove tra il declamare a voce alta e l’aspettativa di un’ eco , nell’ambito di un vero e proprio ordito narrativo , tra più personaggi , tra variegate figurazioni , tra intrigati fili retorici. L’attesa diviene compressione spazio temporale ed è un fiume che presiede al nostro anti-inconscio , acquietabile simulacro prenatale , rintracciabile nella psiche , e vero locus del verbo. Totalizzandosi in ogni frammento questa poesia viaggia senza freni tra lo spazio ed il tempo , ricucendo lontananze e profondità , angolature e visioni , eventi e illusioni , denunce e ripensamenti , secondo una agilità stilistica che diviene personale ricerca della scrittura . Una dinamica del tendere verso , del tendere oltre , del rigenerare il ritmo per accaparrarsi le armonie della lirica, amalgama dai contenuti lessicali e semantici mutante in vorticose congerie , senza mai indulgere al volteggiare colorato degli ondeggiamenti.
Il metodo da officina è per Marisa Papa Ruggiero una continua lotta per la conquista della parola , sacra e lecita , insidiosa e plastica , ben segnata in un post moderno, che non ammette né regole fisse né deleghe, vibrato com’è in fraseggi che nulla hanno più a che fare con il parlato quotidiano , con la comunicazione verbale familiare , con il guardarsi negli occhi per comprendere e appropriarsi dell’altro. Un viaggio che apre suoni , illumina paesaggi, nella metafora e nelle significazioni, “raggela le forme “ e “spacca i cristalli” , “attende il sillabare freddo del circolo linfatico” , o “ stremato di sogni si desta dal coma letargico”.
La completezza di un intero ciclo umorale produce una scala emotiva , dai solchi profondi , quasi gemma avulsa dal simbolo.
ANTONIO SPAGNUOLO

POESIA = RAFFAELE PIAZZA

"Alessia e il brivido"

Sulla spiaggia di maggio,
stabilimento con tre persone
(padre, madre e bambino),
Alessia al sole sdraiata
nell’inalvearsi dei pensieri
nelle acque del Mediterraneo,
non reprime un brivido
ragazza Alessia in limine
al moto delle onde sottili
come la vita. Regola la felicità
Alessia e prova il brivido
nell’aria tiepida del mese
mariano. Dà alla cosa un
significato che non si può
dire e Alessia tiene per sé.
*

"Alessia s’immerge nel mare"

Mare a Torregaveta per Alessia
nell’iridarsi delle onde
sotto il cielo di ora. S’immerge
ragazza Alessia dove era già
venuta. Mediterraneo a ripetersi
negli occhi di Alessia dopo
un anno di studio e superati
tre esami. La via alle acque,
la passerella si tuffa nel liquido
spessore nel rigenerarsi
nel fresco marino paria a sasso
levigato dall’attesa.
(Mi ama). E’ felice come
una donna Alessia appoggiata
all’acquorea gioia.
*

"Alessia tocca il fondo marino"

Discesa verticale nella profondità
delle marine acque per ragazza
Alessia in costume azzurro cielo
nel protrarsi il tempo nello
spazio dell’abisso. Trova sul fondo
una bianca pietra Alessia
pari a portafortuna nella mente.
La prende e riemerge nel segreto
della gioia Alessia poi sulla sabbia
ad abbronzarsi.
*

"Alessia con i tacchi alti"

Nelle cose del Parco virgiliano
in forma umana i pini da rinominare
e altri alberi sconosciuti
selva di giugno luminosa per
Alessia en plein air a tessere
la vita ragazza furba come Dio
comanda. Nel pensiero le fragole
nello spargere sensualità Alessia
in un filo di compostezza, nell’
abbeverarsi alla sorgente fresca
e azzurra come la sua vita
sottesa ad arboree infiorescenze
con gli occhi nel lambirle
di fianco e di traverso per entrare
e vincere in dell’amore il gioco
con i tacchi alti come una donna
Alessia.
*

Raffaele Piazza

SEGNALAZIONE VOLUMI = GIULIANA PIOVESAN

Giuliana Piovesan : “Le immagini dell’aria” – Ed Biblioteca dei leoni – 2017 – pagg. 64 - € 10,00 –
Il titolo piuttosto attraente lascia mille sfumature da intendere , giacché l’aria , impalpabile ed invisibile , nella realtà materiale non potrebbe incidere alcuna immagine , né per forza di suggestioni , né per rivelazioni illusorie. Eppure in queste pagine una certa levitazione trasporta il lettore ad ormeggi luminosi , a sfavillii cesellati , a tessiture impreviste di inquietudini , ad agglutinazioni dolci e gustose , che rendono la poesia un percorso ricco di espressività a livelli diversi, che dalla semplice parola giungono molto spesso al tracciato filosofico. Il fondo stesso della scrittura cerca di ingabbiare le minime offerte che la consapevolezza delle percezioni riesce ad articolare , riferendosi all’esistenza , alla lucentezza del tempo , all’istante che fugge pur rimanendo incompiuto. “Tutto vive – scrive Paolo Ruffilli in prefazione – nella raccolta in una intermittenza dominata da una direttrice intellettuale : la presenza costante dell’assenza , che è sostanza stessa delle visione , dell’invenzione fantastica che rappresenta il mistero, anche nella consapevolezza dei suoi aspetti più disincantati.” Non c’è contrasto fra la perfusione metaforica, che domina moltissime pagine con energie espressionistiche personali , e il dettato che sbalza senza crepe , tra versi sempre compiuti e segnati sopratutto da una plausibile etica, volta a cercare e a richiamare amore e pulsioni del sub conscio .
ANTONIO SPAGNUOLO

mercoledì 24 maggio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = ALFONSO SEVERINO -

ALFONSO SEVERINO – "RIFRAZIONI" - Ed. Dante & Descartes - 2017 - pagg.72 - € 10,00
-- Prefazione --
In questi tempi difficili anche per i poeti non è facile trovare un soffio illuminante che crei l’atmosfera magica del dettato , tra armonia del verso e rigore dello stile. . Ma con sorpresa troviamo ancora fortunatamente qualche autore che tenta disperatamente di incidere la sua voce in un panorama culturale purtroppo disattento e impegnato in momenti disastrosi sia politici che economici. E’ il caso di Alfonso Severino , che ostinatamente calca la sua penna con passione , con intelletto lucido e con vigile preparazione. Egli propone in questo volume una ricca scelta di poesie che hanno il dono quasi tutte della semplicità di scrittura e della limpidezza del ricamo che cerca di assumere un rilievo inconsueto per argomento e resa stilistica

Sempre densa di lusinghe , nel riflesso delle luci mutevoli , la poesia appare quotidianamente tra gli anfratti delle sfumature del dicibile. Il linguaggio consuetudinario perde il suo spirito di appiattimento per diventare intuizioni immediate e spirito di deliberazione , referenza nell’ambito della dinamica creatrice dell’idioma. Nelle tonalità , nel timbro , nel ritmo , i versi sono coerentemente ed intimamente connessi al pensiero che vaga in maniera incontestata tra quelle immagini che garantiscono la forma e la sintonia della cifra. Il lievito, che richiede una precisa determinazione, ingenera la natura mitica della poesia stessa , che muta per ampiezza e per sensibilità, e proietta la propria vitalità al di la di se stessa, nello spazio della conoscenza e dentro il sapere .
Tra l’essere invisibile ed il provvisorio ecco l’incrocio della parola , che in un gesto simbolico riflette il riserbo del poeta per poter lasciar coincidere il contrario che appare tra la verità e l’errore. Nel cammino poetico allora la solitudine rappresenta il passaggio cruciale che il battito della scrittura irradia in una navigazione perigliosa tra i flutti della materialità e il sospetto della illusione, perché la metafora disinneschi il rapporto tra realtà e finzione . Anche Severino cerca la strategia dello sdoppiamento, nell’orizzonte della unità che riesca a trattenere la poesia nella materia , il pensiero nel sospeso , la passione nel verso inciso , il tremore dell’anima nell’indeterminato. Tratteggia pennellate di abbandono tra le improvvise visioni di binari roventi nel sole di una stazione, di abiti bianchi in attesa di danze, di parole che riescano a spogliare le pietre, o proietta particolari schermi luminosi tra le foglie , i rami , le mura che ritagliano porzioni di volteggi.
Dentro le cose e dentro le azioni gli impulsi della immaginazione hanno una evoluzione rapida , tale che il pensiero dominante emerge nella rappresentazione, tra le caratteristiche storiche della musicalità e le frequenti testimonianze del vissuto.
Il registro cerca di intravedere un varco nel fragore delle suggestioni che la parola incide, attraverso le armonie che vorrebbero intaccare l’infinito per scardinare il mistero dell’insondabile e ritrovare le sorprendenti tessiture del noumeno . Le immagini quindi hanno la spazialità nella successione temporale che caratterizza la presenza dell’io poetico nel caos delle corrispondenze , nella immediatezza della comunicazione, nella sublimazione dell’invenzione onirica. E anche là dove la spezzatura dei versi irrigidisce il sistema di attesa ci sorprende la voce contenuta , per gli spazi interiori , la velocità cruda , la tenerezza sempre contenuta , il vigore di una testimonianza indiscutibile. Come uno scalpellino egli plasma le partecipazioni dello spirito nell’ascolto dell’indefinito.
Anche la fascinazione estetica gioca un ruolo rilevante , nel proporre un poeta immerso nel proprio tempo , nella scissione moderna del dettato, nel rovello delle vicissitudini della forma , nelle tracce colorate dell’ordito dei ricordi , delle nostalgie , delle speranze , delle illusioni. Momento , in sequenze metaforiche e metonimiche , intrecciato ai simboli, alle icone , alle figure , ai personaggi , al paesaggio, per un’atmosfera ampia e rutilante ove il reale e l’onirico si alternano , si inseguono , si frappongono e si giustappongono , si elidono e si integrano nel dominio di una fertile creatività . Lessico saldo ed effuso ,semplice ma radioso , nella vorticosa congerie della sua personale “recherche” , fra tempo perduto e ritrovato , fra sculture e ondeggiamenti , fulgide rarefazioni , lieti scoscendimenti , friabili volteggi nel controllo dei frammenti cromatici.
“Abito color cioccolato
respiro bianco di colle
celeste cielo nell’iride,
mare azzurro incontra riva ed orizzonte
Mani legate a quest’abbraccio
ti stringo sul petto
piantato tra le nuvole e i sogni
la voce di ogni opera lontana
segni tra cielo e terra
Custode di quest’attimo
infinito annodo fazzoletti
di tutte le promesse degli amanti,
nell’aria corrono nastrini rossi rosa
verde bianchi gialli indaco
sorridono di tutte le incertezze
sulla lavagna del giorno.”
Evocativo e illusorio il verso diviene spettacolo nella lacerazione di un quotidiano dai colori cangianti.
*
Talvolta capita di scorgere il profilo delineato di una persona cara scandita nello scorrere di una traccia , in una rassegnazione che indica lentezze e ripetizioni per non poter far altro che dimenticare. Ma dimenticare non è possibile perché anche il presente ha molto da raccontare in frammenti che solo l’abitudine riesce ad occultare in un crepuscolo , in un fremito , che sembra allontanarsi sempre di più, via via che procediamo nel nostro viaggio verso il giorno, dentro quella luce che è vertice della visone poetica.
Le allusioni sfruttano con sapienza gli interstizi delle parole e delle immagini senza pretendere con esattezza una verità, che esiste soltanto come fantasma della fantasia, delle nostre illusioni , e cercano di testimoniare un transito che ritorna di volta in volta alla memoria per tradurre il tempo e le incertezze.
Così personaggi o paesaggi , visioni o abbagli , diventano bisbiglii che emozionano e lasciano aperta quella spinta interiore a comprendere le profondità remote e segrete della immaginazione
Tutto ristagna nell’anima , in quella zona neutra in cui le emozioni giocano nel luccichio o giacciono nella penombra dell’incanto, per essere improvvisamente partecipe di un qualsiasi rapporto con la quotidianità : il tempo cade nel tranello delle sensazioni, non per capriccio , ma perché guidato da una forza etica che no ammette deroghe.
“Migranti”

La sorpresa , il dolore umano, l’incapacità a soccorrere , la vergogna che sfiora , dilata le pause del ritmo in oscillazioni debordanti , tra assonanze ed accordi , nel groviglio stesso dell’esistenza che accetta passivamente la storia di un mondo alla deriva.
Tutto è ritorno , egli scrive , mentre l’aspirazione dell’artista si ritrae sino a raggiungere nel suo inconscio l’immagine primordiale, che potrà compensare nel modo più efficace l’imperfezione e la parzialità della contemporanea illusione, che si impossessa delle immagini stesse, modificandone le forme e delineandone la cifra espressiva. Senza ricorrere a temi astratti o a complicati esercizi stilistici la poesia di Severino si snoda tra musicalità di sottofondo e immagini che non seguono un metro preciso ma si muovono liberamente assecondando le incisioni che il poeta ricama. Poesie potremmo dire semplici , sbocciate fra le presenze o le incursioni , fra i profumi o le immagini , a volte sincopando la danza , a volte nell’affabile porgere del sussurro. Una poesia che mostra la serenità dell’autore , immerso nei suoi variegati pensieri , che permettono di non scomporsi e di accettare quel che accade , mentre tutto continuerà ad andare avanti come sempre .
La figura femminile appare e scompare , tratteggiata quasi in sospensione , con la semplicità che serve a rendere la presenza quasi un abbraccio allegro, tra sensazioni estremamente elementari e radicate nella naturalezza più accesa. I versi spesso sono accumuli di umori che a volte affiorano nonostante l’attenzione del poeta volesse nasconderli .
Non manca , tra una pagina insolita, anche la denuncia :
“ …Bambole di carne per uomini di carta
spengono miseri destini di povera gente
macelleria a cielo aperto
le loro notti di brividi
La loro anima consumata
da uomini senza vergogna:
politici-servi
tengono aperto il mercato del falso clandestino
complici bastardi nati da parti oscuri
da madri assoggettate al bisogno
da padri vili senza parola
Voi, dal cuore corroso, date dignità al cazzo
non pensate a fare marchette.”
Ove l’abbaglio diventa buio della notte nel rappresentare e suggerire quanto di pericoloso e indecoroso vi sia nel coagulo che attende in occasioni esplosive. Ed ancora echeggia altrove un imperativo suggello nella disperazione di un profugo nero che sussurra titubando alla madre qualche parola di calore , nel grido della disperazione di annegati senza fortuna.
*
L’atto poetico , per quanto in se stesso indefinibile, se non nella pratica che lo fa scorrere , si inscrive in una costellazione di segni e di forze, di momenti e di luoghi che lo inclinano in una certa direzione e ne dicono il come , il dove , il rapporto con il visibile e l’invisibile, recitando nel ritmo il riconoscimento di ciò che può avvenire , attraverso lo sguardo ed il sospetto , la luce e le ombre , e ci apre all’attesa di quel che potrebbe apparire e coinvolgere , nell’inatteso , nel non ancora avvenuto , alla soglia tra percezione ed essenza , apparenza e realtà.
“Quando mi vedi così
non essere triste
non guardarmi con quel viso
ciò che vedi , è la sola mia tristezza
sono quasi felice d’ averla
questa culla che dondola passi lenti
ha imparato da tempo a consolarmi
il dolore che sommano
i tuoi occhi smarriti non lo sento
Viene da un’altra bocca
da altre mani
da un abbraccio perduto
non guardarmi
lasciami come sono.”
Ricucire i sentimenti diventa un momento di abbandono , un leggero tocco che dall’onirico sboccia nella leggerezza di presenze, rese diafane e lattiginose da uno schermo che , mentre le vela , nella loro improvvisa luminosità anche le rivela, e in particolare per forza e suggestione sottolinea la partecipazione del disinganno. Accanto alle esperienze della vita , del quotidiano , l’inventiva fantastica ricompone in questi versi un continuo gioco di autoconoscenza, che continuamente divarica in assonanze ed accordi che sorprendono nel limbo assolato della pannellata.
Il racconto spesso muove dalla convinzione che «alzare gli occhi al cielo», a scrutare il volo degli uccelli, entrare nel fondo di una visione e tendere l’orecchio a riconoscerne il canto, riapre i varchi del pensiero emotivo e fortifica i legami logici del ragionamento, ammesso che si possa inserire una parentesi logica all’abbaglio che non si riesce a decifrare. Il pensiero stesso è sentito dall’Autore come un’immensa nube carica di umido in cui le idee volano sulle ali del simbolo. Nella raccolta si alternano registri diversi. Se in alcuni testi prevalgono i toni lirici,sostenuti da una pacifica e serena aspettativa, in altri è un’amara ironia a caratterizzare una poesia animata da un forte impegno morale e civile che non manca di sottolineare l’indifferenza degli uomini rispetto alle tragedie. Altre volte, quando il dettato si fa onirico, le immagini divengono surreali, come. Le scelte metriche assecondano l’alternarsi di temi, con prevalenza di endecasillabi, mai giocando con rime, assonanze e allitterazioni, a creare un procedere che, con efficacia ritmica, veste i diversi registri.
La materia qui prende di tanto in tanto forma di canto e l’affabulazione è una leggenda che va letta e riletta , per rincorrere le onde della musicalità. Ogni pagina ha la sua filigrana , molto spesso sottile e speculativa , ove la pregnanza è incipit di chiare visioni , di sofferte esperienze, di fanciullesche preghiere , tutto nel crogiolo della “parola” e del “verso”
ANTONIO SPAGNUOLO


domenica 21 maggio 2017

POESIA = CHARLES BAUDELAIRE

IL NEMICO
La mia giovinezza fu bufera tenebrosa
qua e là attraversata da vividi soli;
piogge e fulmini han fatto tanti disastri che
nel giardino rimangono pochi vermigli frutti.
Ecco , ho assaporato le idee dell'autunno,
e di pala e rastrello bisogna lavorare
per rimettere a nuovo questa terra inondata
dove l'acqua scava buche grandi come tombe.
E chi sa dei fiori nuovi che sogno chi sa
troveranno nei detriti di un'alluvione
il mistico alimento che può ridare vigore.
- O dolore ! O dolore ! Il tempo corrode la vita,
e l'oscuro nemico che ci rosicchia il cuore
cresce si fa forte con il sangue che noi perdiamo.
*
CHARLES BAUDELAIRE - 1861 -

venerdì 19 maggio 2017

SEGNALAZIONE VOLUMI = NAZARIO PARDINI

NAZARIO PARDINI : “DI MARE E DI VITA” – ed. Mcabor – 2017 – pagg. 68 - € 10,00 –
Il ritmo serrato e melodioso dell’endecasillabo ricama con colorati riverberi pagine di pregiata fattura , vuoi nella forma , vuoi nei contenuti. Un cesello che Nazario Pardini riesce a elaborare con passione , con emozione , con quella spiccata capacità culturale che lo distingue in ogni sua stesura.Così come egli agisce con quella energia logica ed analizzante che si dispiega nei simboli e nelle metafore, variegata da suggestioni ,o da ricordi, che inducono ad un lavorio di scavo e di introspezione. “… nel comporre versi – scrive Sandro Angelucci nella prefazione – si gioca al gioco più serio del mondo. Scrivere è come arrampicarsi a piedi nudi sugli alberi , come correre dietro alle farfalle o cercare di acchiappare una piccola lucertola…. Costruire castelli sulla battigia, vederli franare all’arrivo dell’onda e riempire di nuovo il secchiello di sabbia è propedeutico, è fondamentale.” La presenza sulla scena del Parnaso si illumina di una miriade di poesie , di innumerevoli saggi critici , di contatti corposi , di incisivi programmi in rete , che affermano nel poeta uno stabile punto di riferimento per gli esiti raggiunti e per la evidente rifrazione di un tirocinio poetico quotidiano. Di particolare interesse , in questo volume , la seconda parte , composta da undici stanze, quasi un poemetto , dedicate a Delia , la donna da amare , la musa da corteggiare , la carne da accarezzare , la depositaria delle parole sussurrate “penetranti fra i corpi rosati di cielo”. L’humor che aleggia rincorre con melodia il mare , per ogni suo ondeggiare , per ogni risacca che gonfia e lenisce la malinconia , nel tramonto che lento misura il tempo troppo pigro per chi soffre. Così anche le pressanti preoccupazioni quotidiane hanno stanze musicali nelle emozioni che si tingono di porpora o nelle fantasie che hanno risvolti incandescenti, e la sospensione della scrittura ha il movimento significativo della coagulazione. Il pensiero, amoroso e non, investe l’inesprimibile nel segno della proiezione , nel segno della fantasia che diviene di volta in volta fattura lirica, ove l’io poetante risente il tormento della ricerca e delle corrispondenze.
ANTONIO SPAGNUOLO